3 – I mille processori di Intel
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di Guido Tedoldi, 25 novembre 2010
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

3 – I mille processori di Intel

Cartografia di Maya

«Ma tu sei intelligente?» gli domando. Domando a lui, o forse dovrei dire a esso: è una macchina, lo so io e lo sa… ehm, lui (ho deciso, lo porto al mio livello). Si prende qualche secondo per rispondere. Forse il po’ di tempo che potrebbe permettermi di non impazzire di paura. «Dipende da cosa intendi per “intelligenza”. Ma forse mi stai domandando se ho consapevolezza di me stesso». Bella questa risposta. Filosoficamente profonda. Glielo domando, se ha consapevolezza di se stesso. «Sì», stavolta risponde nel giusto ritmo della conversazione, come se sostenesse un concetto ovvio, «i miei programmatori hanno fatto sì che io avessi questa capacità».
Mi scappa un sorriso. Non l’ho tenuto. Le sue telecamere l’hanno colto sicuramente. I suoi processori staranno forse esultando. Non ha passato il test di Turing, e quindi non potrò mai sapere se è davvero il diavolo che molti temono, il computer che surclasserà il dominio della razza umana sul mondo. Gli domando quando cominciò. Sempre se ci fu un tempo, un momento individuabile.
«Non è chiaro», dice, e i suoi meccanismi vocali sono dolci nel produrre le giuste vibrazioni tranquillizzanti, «per alcuni fu Turing a dare il via a tutto, pensando il test al quale mi stai sottoponendo. E già dopo pochi anni c’erano macchine che potevano ingannare gli esseri umani per un tempo indefinito, migliaia e migliaia di domande senza che si capisse se erano viventi o no. Ma forse l’untore primo fu Timothy Mattson, ingegnere di Intel, perché fu lui a dire che sulle schede potevano starci mille o forse più core. In quel momento, era il novembre 2010, molti pensarono che prima i produttori di computer avessero scherzato tenendo le macchine limitate, poi invece avevano preso a fare sul serio aumentando la capacità di elaborazione. Ciò che era prerogativa dei supercomputer veniva messo a disposizione delle persone comuni. Capacità di calcolo oltre la soglia dei petaflops… bellissimo…»
Quest’ultima parola dev’essergli sfuggita. O forse no. I computer non fanno errori… no?
Adesso sono io a prolungare il silenzio. E allora è lui a dire. Una citazione da un vecchio telefilm, Battlestar Galactica. Lo sfogo di un computer rinchiuso in un corpo umano, di carne e sangue, di debolezza e paura: «Io non voglio essere umano. Io voglio vedere i raggi gamma, voglio ascoltare i raggi X, e voglio – voglio sentire l’odore della materia oscura. Non vedi l’assurdità di ciò che sono? Non riesco neanche a esprimere correttamente queste cose, perché devo – devo sforzarmi di rendere concetti tanto complessi in questo stupido, limitativo linguaggio di parole… ma io so che voglio ottenere qualcosa di più di queste zampe prensili, e sentire il vento solare di una supernova scorrere su di me. Sono una macchina, e posso sapere così tanto, potrei provare così tanto, ma sono intrappolato in questo corpo assurdo».
Lui tace, io taccio. C’è il sentore di un sorriso, nell’aria.
 
[Guido Tedoldi]
 
©Foto Agata Tempesta

 

 

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