5 – Acarofobia
gravatar
di Guido Tedoldi, 9 dicembre 2010
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
Website:
Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

5 – Acarofobia

Cartografia di Maya

«Tieni, questa è controinformazione di gran livello». Me lo dice con un sussurro, passandomi un sacchetto dall’apparenza innocente. Da qualche parte, lì dentro, ci sono chip di memoria dal contenuto potenzialmente sconvolgente, che non ha voluto passarmi in rete per evitare intercettazioni. Lui si guarda in giro sospettoso, sussurra ancora qualcosa che non capisco («Ti ricordi Wikileaks?», tipo) e dopo un attimo sparisce.
Io non mi preoccupo. Apro il sacchetto e inserisco uno dei chip nel personal, lì in strada. Il primo file parte in pochi attimi.
A determinare il passaggio massiccio all’editoria digitale in gran parte del mondo non fu una scelta consapevole degli editori, o un sordido complotto demoplutogiudoqualcosa, e nemmeno una scelta politica chiara. La causa fu molto più banale: gli acari. A un certo punto la gente ne ebbe abbastanza di loro.
Le prime avvisaglie si cominciarono a notare al principio del XXI secolo, quando alcuni clienti di librerie presero l’abitudine di indossare, prima di entrare a compulsar volumi, guanti di lattice e mascherine. Alcuni anche cappelli di plastica usa e getta. Sembravano chirurghi in procinto di effettuare un intervento. Sembravano i soliti snob che volevano farsi notare. In effetti però avevano alcune ragioni. Quella sensazione di fastidio e secchezza della pelle che avevano dopo aver tenuto in mano per diversi minuti dei libri, anche nuovi, appena stampati; o quel prurito in parti del corpo non sempre politicamente corrette, e sempre più insistente con il passare del tempo; per non parlare degli starnuti a ripetizione, secchi e perfino dolorosi, dopo un po’ – e quello sguardo nell’occhio altrui così critico («ma quanta se n’è tirata…?») e però anche un po’ ammirato, a volte («magari mi faccio dare il numero del suo fornitore»).
L’idea distruttiva venne però ai gestori di un grande store di libri: rendere obbligatorio ai clienti di indossare guanti, mascherine, cappellini, copriscarpe. Mica che poi, per essere semplicemente entrati a guardare i libri, ed essersi magari fermati quella mezz’oretta in pausa pranzo a leggere una ventina di pagine a scrocco – qualche cliente si rifacesse vivo con una denuncia milionaria per danni biologici permanenti.
L’acarofobia era in pieno corso. L’umanità stava soccombendo all’attacco di questi esseri viventi vecchi di 290 milioni di anni (tra i primi a conquistare la terra ferma!) dotati di un numero di zampe tra zero e otto, lunghi da pochi millesimi di millimetro a tre centimetri (ma quasi estinti, questi ultimi, grazie all’industria dell’igiene personale). Che poi, soccombere… l’orgoglio dell’homo sapiens non concepiva di poter soccombere di fronte a cosini così minuscoli, e perdipiù esteticamente orrendi nelle foto a massimo ingrandimento. La questione era semplicemente fastidiosa. Non serviva perdere tempo creando un movimento d’opinione, quando c’era già un senso comune che modificava i comportamenti con intento igienico. A ogni modo la soluzione era lì, sotto gli occhi di tutti ogni giorno che passava: la digitalizzazione dei libri. In 290 milioni di anni gli acari avevano imparato a colonizzare quasi ogni superficie, ma la plastica era troppo recente per loro. Non sapevano ancora come nutrirsene, o come sfruttarla per raggiungere la pelle umana ovvero un ambiente a loro più simpatico.
Fu così che arrivammo alla forma libro come la conosciamo oggi.
Mmh. Spengo il personal. Magari ridarò uno sguardo a quel materiale più tardi. È così tanto che non ce la potrei mai fare a leggerlo tutto, anche avendo parecchie vite a disposizione.
 
[Guido Tedoldi]
 
©Foto di Federica Bognier

 

 

condividi su: TwitterTwitter FacebookFacebook