10 – Divieto di fumare, più o meno
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di Guido Tedoldi, 20 gennaio 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

10 – Divieto di fumare, più o meno

Cartografia di Maya

Il posto è irriconoscibile da fuori. Sembra il solito palazzo costruito qualche secolo fa da qualche ricco borghese all’ombra del duomo, e poi ristrutturato da qualche archistar. Il solo indizio strano, ma bisogna guardare bene, è quell’impianto di condizionamento che va a pieno regime anche adesso che è inverno. Ma all’interno dello stabile ci sarà sicuramente una collezione d’arte da preservare da sbalzi di temperatura e d’umidità.
È l’alibi classico dei Tabagisti Anonimi.
Il cliente di questa mattina mi ha fissato l’appuntamento in un bar, probabilmente voleva capire che tipo di persona fossi (un integralista antifumo, un possibilista, un tollerante-ma-sempre-nell’ambito-del-politicamente-corretto…) prima di decidere di introdurmi nel sancta sanctorum. Devo aver superato l’esame, perché a un certo punto mi ha detto lui di spostarci nel suo studio. «Mi spieghi cosa fa la sua tecnologia», ha domandato. «Consente alle persone di star bene con se stesse e con gli altri», ho risposto. Ding, risposta giusta.
Sul percorso verso il suo ufficio, che facciamo a piedi conversando come vecchi amici, il suo passo è atletico. Mi scappa avanti quando ci sono pedoni da slalomare, o auto parcheggiate storte dove non dovrebbero, e poi si volta per recuperare la distanza da conversazione. Cede un po’ soltanto sulle scale, quattro lunghe rampe ampie di granito, dove gli viene un po’ di fiatone. Viene anche a me, non è quello il punto… però voleva nascondere, e ha finito col rivelare.
I club dei Tabagisti Anonimi si sono diffusi lentamente all’inizio del secolo, quando nell’Occidente avanzato i fumatori hanno cominciato a essere malvisti. A un certo punto non si poteva più fumare nei luoghi chiusi, nei ristoranti, nei teatri. E anche all’aperto, se nel raggio di un chilometro c’erano donne incinte o altri soggetti a rischio, i fumatori diventavano a loro volta soggetti a rischio multa. I club TA nacquero come luoghi di incontro tra disgraziati, mutuando la strategia dei 12 passi che si era dimostrata così utile contro altri tipi di dipendenza. Ma poi modificarono silenziosamente ragione sociale – sfruttando il fatto di essere «anonimi» per evitare pubblicità. I tabagisti non si consideravano disgraziati bensì emarginati. E molti di essi non erano certo disgraziati dal punto di vista economico. Fecero gruppo, divennero una lobby.
Riuscirono a modificare il linguaggio pubblico in modo che i discorsi sul tabacco fossero immediatamente considerati vecchi, superati. «Ma dai, ancora con questa storia del fumo!». «Ma come si fa a parlare ancora di sigarette, se nel mondo non ci sono più aziende che le producono?». E così via.
Il cliente mi fa entrare nel suo studio. Il piano della scrivania è lustrato a specchio, e completamente vuoto tranne che per un oggetto massiccio, di vetro. Un grosso prisma attraverso il quale la luce produce giochi multicolori. Una volta li utilizzavano come posacenere. Un altro indizio che bisogna saper guardare.
«Mi dica», esordisce appena seduto nella sua poltrona del comando. Quelli di prima erano solo preliminari. «Ci sono attività che permettono ad alcuni individui la piena espressione di se stessi – dico – ma che a livello sociale sono viste come dannose. La mia azienda produce una tecnologia che può far trovare un equilibrio che non sia repressivo…». Sono le parole giuste, so che comprerà.
 
[Guido Tedoldi]
 
@Foto di Francesco Di Maio

 

 

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