11 – Dopato, pompato, non più umano
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di Guido Tedoldi, 27 gennaio 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

11 – Dopato, pompato, non più umano

Cartografia di Maya

Sono arrivati, precisi come cronometri. Sono tornati a casa da scuola meno di un’ora fa, hanno divorato il pranzo, hanno convinto i genitori che qualche canestro prima di fare i compiti ci stanno bene, e adesso hanno raggiunto il campetto che vedo dalla mia finestra. Sono forse una decina, hanno un pallone replica di quello che usano i professionisti, ma ormai così usato che non si leggono quasi più i marchi pubblicitari. E non c’è quasi nessuno a vederli giocare perché, sì, bisogna dirlo, sono scarsi.
Si palleggiano sui piedi, la loro tecnica di passaggio è approssimativa e molle, i loro tiri a canestro sono perlopiù sbilenchi. Soltanto uno di loro ha un po’ (un pochino) di talento, e si vede che è quello che trascina tutti gli altri. Però, nemmeno lui… quando salta non sembra nemmeno staccarsi da terra.
Sto qua a guardarli perché sono come un sospiro di sollievo. Sono ragazzini veri che giocano a pallacanestro, non i campioni ultraspettacolari che stanno portando al cambiamento delle regole del basket professionistico. La misura dei campi da gioco, l’altezza dei canestri, le distanze di tiro – sono state concepite in epoche in cui c’erano ancora giocatori che non erano capaci di schiacciare, e in cui «difesa schierata» era un concetto preciso: gli attaccanti non erano così veloci da attraversare il campo in sei balzi… cioè no, voli, adesso si dice così… e quindi i difensori avevano il tempo di raggiungere le loro posizioni. Adesso sono tutti alti, veloci, pompati. Le loro ginocchia reggono accelerazioni mai viste fino al nuovo secolo, grazie a muscoli e tendini e ossa allenate fin da età precocissima. La velocità di gioco dei professionisti del XX secolo, la si vede oggi sui campi delle scuole medie. C’è chi ha cominciato a stilare le classifiche di precocità: chi è il più giovane a essere riuscito a schiacciare, chi è il più precoce ad aver segnato più di trenta punti in cinque minuti di gioco.
Per qualche tempo la ricerca dei fenomeni è diventata un business. L’australiano di undici anni alto 1,94, il tamil che palleggiava anche da sdraiato. Il cinese che sbagliò il primo tiro in partita ufficiale dopo 477 segnati. Ma durò poco. Quei fenomeni non rappresentavano nessuno se non i farmacisti che li avevano in cura, o i genetisti che erano intervenuti su di loro (previo consenso dei genitori, naturalmente). Non erano «i migliori tra noi». Non erano eroi. Non erano modelli.
La dimensione del talento era venuta meno. La dimensione dell’esempio da seguire era andata completamente persa. Non era l’uomo, era la pillola blu a saltare quindici metri in lungo. Non era più l’uomo bensì la pillola rossa a segnare cento canestri di fila.
 
Quei ragazzini che vedo dalla mia finestra non meritano che ci sia un pubblico per le loro partitelle quotidiane, giocate per fuggire ai compiti. Ma io sono nostalgico, e li aspetto. Sempre qui, sempre a quest’ora. Oh. C’è stato una specie di lampo, come una finestra che si apre. E lo vedo. Un altro, là in piedi, anche lui alla finestra. Un altro come me in fuga dallo stadio, alla ricerca dei migliori tra noi che giocano a palla.
 
[Guido Tedoldi]
 
@Foto di Francesco Di Maio

 

 

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