12 – Non serve salvare il braccio
gravatar
di Guido Tedoldi, 3 febbraio 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
Website:
Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

12 – Non serve salvare il braccio

Cartografia di Maya

Apro gli occhi, e non vedo niente. Al solito. La mia lente bionica va regolata. Un paio di tocchi sul personal, e ok, adesso è fin troppo a fuoco.
Potrei raccontarvi dell’incidente in cui sono rimasto coinvolto – giusto per farvi capire il motivo per cui non ho più i miei occhi naturali. Ma non è importante. Certe cose preferisco dimenticarle. Anche il software psicologo con cui sto facendo il trattamento di recupero dice che è meglio accantonare. Un incidente è un trauma senza spiegazioni, può capitare a tutti e in qualsiasi momento, non c’è cattiveria dietro o qualche oscura pianificazione da parte di forze esoteriche. Nessuno ce l’ha con me.
Posso dirvi il luogo, di quell’incidente: 22˙000 chilometri sopra l’India. Viaggio di piacere, a gravità quasi zero. Eravamo un centinaio di persone, un portello è saltato e in pochi secondi di decompressione violenta sono morti in ventisei. Noi che siamo rimasti vivi siamo stati riparati, tutti quanti. Meno di una decina sono ancora in coma. Io non ero nemmeno il più grave. Niente fratture ossee, per dire. Solo liquidi superficiali evaporati via, polmoni compromessi, pelle frantumata, vie aeree e condotti digestivi del tutto andati… Nemmeno il cervello è rimasto del tutto intatto, perché non ho più le parti terminali dei nervi e non sono in grado di percepire il dolore. Ma insomma le funzioni superiori le ho ancora. Gioco a scacchi meglio di prima, grazie al fatto che ho più tempo per allenarmi. Per qualche tempo ancora (qualche mese, più probabilmente qualche anno) dovrò stare in ambiente sterile – in attesa che il mio sistema immunitario si convinca che la pelle geneticamente modificata che mi cresce addosso non è un tumore o qualcosa d’altro da estirpare.
Il male, se c’è, è interiore. Non ho una vita sociale. Non è che il mio aspetto sia piacevole. Indosso un esoscheletro di plastica quando mi viene a trovare qualcuno. Poi c’è lo schermo in mezzo, che isola il mio bozzolo sterile dal mondo esterno. Lo sanno che sono inguardabile, e che gli occhi dentro i quali tentano di capire le mie emozioni sono in realtà artificiali. E che la voce che ascoltano è la mia di sei anni fa ricampionata – perché il raschio che emetto adesso non è, come dire, politicamente corretto.
Ehm. Ho mentito, prima. Ce l’ho una vita sociale. Internet è grande e non in tutti i contesti serve che io dica chi sono. Ho amici e amiche. Ho una seconda vita in cui posso mostrare la mia pelle in ricrescita, e per alcuni è un vestito molto bello da copiare. Mi hanno consigliato di metterci il copyright, che a vendere la skin ci si fanno bei soldi. Bah. Molto meglio regalarle, certe cose. Come ha fatto un amico di Detroit che mi ha inviato il file di un film del secolo scorso, in cui un poliziotto viene ammazzato dai criminali e un’azienda ne approfitta per trasformare il suo corpo in un Robocop. Nel corso delle operazioni, i medici riescono a salvargli il braccio sinistro, ma il direttore delle operazioni dell’azienda, al vedere quella parte organica, inorridisce. «Via il braccio», dice, «non serve».
Non c’è nessuno che ce l’ha con me, in fondo. È andata così. Io le braccia le ho ancora.
 
[Guido Tedoldi]
 
@Foto di Francesco Di Maio

 

 

condividi su: TwitterTwitter FacebookFacebook