19 – Qualche decagrammo di petabyte
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di Guido Tedoldi, 24 marzo 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

19 – Qualche decagrammo di petabyte

Cartografia di Maya

L’oggetto sembra una scatoletta, nemmeno mezzo centimetro di spessore per due di lato. L’altro oggetto, vicino, ha lo stesso colore nero grafite ma ha la superficie molata, come un gioiello. Potrebbe essere una spilla, di quelle che si mettono all’occhiello della giacca. Il campionario è vasto, ma tutti hanno in comune la possibilità di aprirsi ed essere collegati a un personal – praticamente qualsiasi tipo di personal.
Spiego quanta memoria può contenere: circa 15 PetaByte al grammo. I clienti non sembrano impressionati. Vado avanti spiegando che dentro quegli oggetti ci sono batteri geneticamente modificati, e che la masterizzazione delle informazioni avviene attraverso la modifica delle loro catene di Dna. Spiego anche che le informazioni non si possono perdere o cancellare, perché il Dna ha per natura la capacità di replicarsi, e quindi in caso di danneggiamento è in grado di autoripararsi.
Quello che sembra il capo è il più silenzioso di tutti. Alla fine è lui che deciderà se comprare o no, le chiacchiere e le domande degli altri posso quasi ignorarle, alle sue devo rispondere. «In pratica dovremmo affidare i nostri dati aziendali a delle cose vive», dice. «Tecnicamente non sono vive – rispondo – anche se derivano da colture di batteri effettuate in laboratorio. All’interno dei nostri bio hard disk non c’è tanto un ecosistema quanto un a sorta di confinamento in animazione sospesa. In condizioni d’uso normale, i nostri batteri non si riproducono, non si nutrono, non si muovono. Non fanno nient’altro che registrare informazioni». Mi sento parlare e non mi convinco nemmeno io. Ci capissi di più, di queste cose, sarebbe forse meglio.
«Ma se voglio registrare i miei dati – dice il capo – o se qualcun altro volesse farlo… potrebbe, no?». Annuisco. Dico che secondo i miei tecnici la parola giusta potrebbe essere «riproduzione» più che registrazione, e che la velocità di riproduzione dipende dal peso di materia organica originaria, «per una decina di grammi il tempo prevedibile è di 2 ore e 20 minuti. L’unica avvertenza è fornire l’esatta quantità di materia organica di aggiunta, o forse dovrei dire di cibo».
Il capo mi domanda se può vedere l’interno. Prendo la spilla, basta un movimento semicircolare e ne sguscia fuori una bustina sigillata, di silicone trasparente – silicone che contemporaneamente chiude all’interno l’ecosistema e permette la connessione ai personal in commercio. Nella bustina c’è meno di un grammo di… be’, sostanza. In origine era muco intestinale, probabilmente umano, colonizzato da batteri. Ma sono trascorsi decenni di esperimenti e manipolazioni. Magari non è più nemmeno muco.
«Potrebbe sopravvivere nell’ambiente?», domanda il capo. È la domanda che prima o poi si fanno tutti. Queste cose potrebbero costituire una civiltà vivente (grazie alle informazioni che contengono al proprio interno) e sostituire il genere umano…? «Finora non è mai successo – rispondo – nei nostri laboratori la riproduzione del Dna non ha comportato la produzione di proteine utili alla sopravvivenza. Fuori dal loro ecosistema controllato, queste creature diventano in pochi istanti nutrimento per altri esseri viventi, o concime – dal momento che sono comunque costituite da materiale organico».
Sembra pronto a dire di sì. E io, come un macellaio dei bei vecchi tempi, sono già pronto a tagliargli quei 5 decagrammi di fettina in più… «cosa faccio, lascio?».
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Francesco Di Lisa

 

 

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