21 – Scacchi e assimilazione
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di Guido Tedoldi, 7 aprile 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

21 – Scacchi e assimilazione

Cartografia di Maya

Questa partita la sto perdendo. Posizioni di questo genere, quando gioco da bianco, le ho trovate spesso – ma «di questo genere» negli scacchi non significa «esattamente così», e quindi non ci sto capendo niente. Quell’alfiere del mio avversario in terza traversa, là abbandonato e indifeso ma che non posso prendere se no mi apre le linee sull’arrocco, mi fa penare.
«Stai usando il motore?», mi domanda lui. «Naturalmente no», gli rispondo, ma dubito che ci creda. Oltre alla partita stiamo chattando, ma non in video perché io sono in ufficio qui a Milano, con un sole tiepido che entra dalla finestra, mentre lui è da qualche parte in Patagonia, e i suoi capi si aspettano che stia lavorando anche lui – all’aperto, di notte, con un vento gelido a 70 km orari proveniente dall’oceano.
Ormai non ci crede più nessuno che giocando a scacchi in rete si lascino spenti i motori. I ragazzi giocano tutti blitz, partite di un minuto, che sembra l’unico modo per impedire l’uso delle intelligenze artificiali. Poi però si vanno a vedere le partite tra motori, giocate con millisecondi di tempo macchina per mossa, e la qualità è paragonabile a quella dei grandi maestri. Se il senso del gioco fosse solo vincere, non ci sarebbe scampo: le macchine sono avanti. Se il senso della vita umana fosse dimostrare ogni momento di essere la razza dominante del pianeta, anche lì non ci sarebbe scampo: le macchine sono più forti, non possiamo opporre resistenza, saremo assimilati.
«Sei uno all’antica», dice lui. Rispondo che il motore lo userò dopo, in fase di analisi. Adesso voglio sfangarmela da solo, spingere le mie capacità fin dove posso. Stiamo giocando sulle 2 ore a testa, senza incremento, un tempo inferiore a quello che si usa nei tornei ufficiali ma sufficiente, di solito, ad approfondire. «Magari lo stai usando tu, un motore», gli dico. Non risponde subito, e non nega. «Io gioco sempre free style – dice – perché non mi fido di queste macchine. Hanno delle idee, ma se le porti in finale ti fanno girare per la scacchiera senza venire a capo di niente. Sono forti ma sceme».
Prima mi diceva di suo figlio, che sta partecipando a un programma di studio delle partite di grandi maestri del periodo della Guerra Fredda – sovietici ma non solo. «Più le guardano e più le trovano piene di errori – raccontava – noi siamo cresciuti con quei nomi mitici, Tal, Petrosjan, Botvinnik, Keres, e adesso basta un motore installato su un personal minimale e le loro partite sembrano da principianti». Ma anche quei miti facevano il massimo che potevano, no? La sua risposta è stata un emoticon mugugnante. Non potete opporre resistenza, sarete assimilati.
Decido che quel suo alfiere va preso. Comincio la manovra, prima avanzo il pedone centrale, poi nella casa così liberata installo la torre, e lui dovrà spostarsi. «Se fai così c’è un matto in 26 – dice lui – se vuoi ti mando la variante così te la guardi». Matto in 26, certo, non al di là delle capacità umane, ma noi ci accontentiamo di molto meno. Mi manda la variante, secondo la quale quell’alfiere non posso comunque prenderlo perché se no prendo matto in meno.
[spazio emoticon non politicamente corretto]
«Mi sa che questa partita l’abbandono – dico – ti va di farne un’altra?»
«Sei antico», dice.
 
[Guido Tedoldi]
 
© Foto di Davide Rizzo

 

 

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