23 – La speranza bianca della maratona
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di Guido Tedoldi, 21 aprile 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

23 – La speranza bianca della maratona

Cartografia di Maya

«Guardategli i polpacci» dice il commentatore tecnico della tv «questo ragazzo ha nel sangue, per fattori genetici naturali, una maggior quantità di fattori di crescita muscolare. Per questo motivo pur essendo un bianco riesce a competere con i neri degli altipiani». Mentre il tizio parla, le telecamere inquadrano le gambe della speranza bianca, e in effetti sembra che siano più muscolate, più potenti, rispetto ai corpi filiformi dei kenyani e degli etiopi. La visione in 3D generata dal personal è ancora più eloquente. Faccio un confronto in scala 1:1 con i miei polpacci di sportivo da divano che qualche volta al mese frequenta una palestra di yoga. Non c’è paragone. Le gambe del ragazzo danno la sensazione di generare potenza, le mie no.

Altre voci si sovrappongono l’una all’altra per raccontare la maratona olimpica – la prima da diversi decenni dove forse le medaglie non andranno tutte agli africani. Il racconto è fatto con un entusiasmo diverso rispetto a quello di altre gare, i toni sono di qualche ottava più alti. Il commentatore tecnico, un ex allenatore della Nazionale italiana, fa fatica a riportare un po’ di ragione in tutta quella passione etnica, e per ascoltarlo compiutamente occorre isolare il canale con la sua voce. Adesso le telecamere sono puntate sul torace del ragazzo bianco, perché «naturalmente occorre un sistema respiratorio e circolatorio in grado di supportare la maggior richiesta di ossigeno dei suoi muscoli, e infatti la sua capacità polmonare è quasi una volta e mezza rispetto alle persone normali». In sintesi, il gruppo di coloro che sono in testa alla gara è formato da una decina di ragazzi che un torace sembrano non averlo da tanto sono magri, e da un solo tizio largo il doppio.

Tra qualche minuto si arriverà alla soglia fatidica della maratona, quel trentesimo chilometro che separa gli umani dagli atleti perché i primi finiscono le riserve naturali di glicogeno nei muscoli, il loro corpo si mette a urlare tenuto malamente a bada dalle endorfine, e da lì in poi la sola cosa che conta per la loro mente di corridori è non morire prima di essere arrivati al traguardo. Gli atleti, invece, grazie all’allenamento riescono a durare qualche centinaio di metri in più. La nostra speranza bianca ha fatto esami da cui risulta che la sua soglia di esaurimento del glicogeno è oltre la lunghezza di maratona, 42 chilometri e 195 metri. Il suo corpo non urla mai.

Le voci della tv sono sempre più concitate, continuano a ripetere che «è tutto naturale», soprattutto quando il gruppetto diminuisce di uno o due elementi che si staccano perché non reggono il ritmo, o cedono allo scatto imposto dalla speranza bianca. Tutto naturale, già. Ormai tutti corrono in maniera naturale, senza usare le sostanze dopanti che andavano di moda anni fa. Il doping non serve a molto, quando si ha il codice genetico riprogrammato.

Il commentatore tecnico ricorda che l’ultimo bianco a vincere una maratona olimpica fu Stefano Baldini, ad Atene 2004, «un esempio specchiato di pulizia nello sport». E per la proprietà transitiva della pulizia, anche tutti questi atleti che vediamo impegnati sono puliti. Mi guardo ancora i polpacci di sportivo da divano. Mi sa che non sono tanto naturali, con il loro aspetto così… debole.

Ok, vedo come va a finire questa corsa e poi vado in palestra.

 

 

[Guido Tedoldi]
 

© Foto di Francesco Di Maio

 

 

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