32 – Ma quante chiese, sotto questa chiesa
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di Guido Tedoldi, 23 giugno 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

32 – Ma quante chiese, sotto questa chiesa

Cartografia di Maya

Il posto è antico, magari non come Cthulhu ma tanto da incutere timore reverenziale. È la catacomba di San Senatore ad Albano Laziale, una delle più antiche della cristianità. L’hanno riscoperta nel 1720 e cominciata a scavare alla fine del XX secolo. Adesso è il momento di una nuova apertura, e sono tra i fortunati che faranno parte del primo gruppo di turisti autorizzati a entrare dopo l’inaugurazione. Siamo poche decine, dal vero; sul web sono decine di migliaia, e diventeranno milioni nelle prossime ore.
Ho portato con me alcuni amici, naturalmente, collegati via personal. Il più lontano è Vaalef, che fisicamente fa parte dell’equipaggio del supershuttle partito alcuni mesi fa per Marte. Il problema con lui sarà il lag crescente della comunicazione – pochi centesimi di secondo ma comunque fastidiosi.
All’interno della cripta l’illuminazione è a led neutri, per non compromettere il primo strato di affreschi, quello ancora visibile. Quasi tutti risalgono all’XI-XII secolo, e già sono bellissimi. Cioè, per la bellezza vado sulla fiducia: vedo intorno a me facce estasiate, nel gruppo di visitatori c’è chi se ne intende dell’arte di quel periodo e sta resistendo ad attacchi di sindrome di Stendhal. Gli affreschi che vedo io mi sembrano un po’ sbilenchi, un po’ fuori dimensione, con occhi che guardano in direzioni diverse rispetto alle facce (e in alcuni casi sono anche occhi strabici).
Ma io vedo cose diverse da quelle dei visitatori virtuali. Loro hanno fatalmente in funzione il software di realtà aumentata, che mostra gli affreschi nei colori originari, nella loro intensità, nella loro estensione. Anch’io, se usassi il personal invece dei miei occhi, avrei quelle impressioni. La realtà vera è diversa: polverosa, incerta, frantumata. Le rocce delle pareti e della volta sono butterate, per esempio, non lisce. A terra non c’è lastricato, se non in pochi tratti non calpestabili. L’odore ammuffito e fresco dell’aria c’è anche in realtà aumentata, pure quello ricostruito con maggior precisione rispetto al vero grazie all’analisi in tempo reale della composizione chimica dell’aria.
La guida ci richiama verso una vasta sala, sulle cui pareti ci sono (ehm, dovrebbero esserci) i ritratti di San Smaragdo e dei 4 martiri Secondo, Carpoforo, Vittorino e Severiano. In effetti non si vede niente a occhio nudo, perché questa sala è stata scavata soltanto di recente dopo un crollo e la perizia degli addetti al restauro non è stata sufficiente a recuperare le immagini. Però sotto l’intonaco attuale ci sono tre strati di affreschi, del VII secolo e precedenti, che si possono ricostruire al computer grazie a una sonda a ultrasuoni capace di misurare la temperatura dei colori prodotta dai vari pigmenti e la loro distanza dalla superficie.
Ed eccoli, gli affreschi. Arte ruspante, fatta da artigiani più che da artisti, ma potente. Questi piacciono anche a me. Il personal riporta informazioni a raffica sui nomi, i riferimenti, le date. La guida dice qualcosa, ma le sue informazioni sono molto meno ricche rispetto al metatesto del computer, e fatalmente meno interessanti per i percorsi dell’interesse individuale.
Il personal mi avvisa di una mail in arrivo da Vaalef, entusiasta. Anche lui ci capisce più di me, dell’arte paleocristiana, e mi dice che è valsa la pena partecipare a questa visita. «Sono vari strati della nostra anima», mi scrive. Gli credo sulla fiducia.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Beatrice Avallone

 

 

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