Attimo
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di Luca Romano, 9 giugno 2011
Nome: Luca
Cognome: Romano
Website: http://paroleinconsistenti.wordpress.com
Bio: Luca Romano è un laureato in filosofia che odia la filosofia; è un redattore di programmi radio su libri e attualità che non ascolta radio. Scrive per alcuni giornali che poi non legge. In compenso è ossessionato dalla lettura di quanti più libri possibili. E li recensisce tutti.

Attimo

Presentazione di una domenica di sole

Il sole a picco sul campanile. La chiesa bianca alta una decina di metri. Le campane suonano spargendo nell'aria il colore della grazia, ammesso che ve ne sia uno solo e che sia visibile. All'interno poche persone. Nella piazza antistante riecheggiano rumori lontani. Un muro e dei palazzi circondano il tutto rendendo, alle mattonelle dello spiazzo, un'ombra che scalfisce la purezza del bianco. Una delle due ante della porta della chiesa, è aperta. Una decina di scalini rialzano il luogo sacro dal suolo, non molti. Una donna nel suo vestito da cerimonia regge, con la punta delle dita, il peso del tessuto della gonna. Quasi stesse sollevando il mondo intero, sugli avambracci scoperti e illuminati dal sole è possibile vedere lo sforzo e la tensione dei muscoli. Quelle povere braccia, piccole e leggere. Il busto piegato in avanti, come sospeso nel nulla, sembra quasi voglia schiacciarsi contro il suolo, tuttavia è alleggerito dalla testa voltata verso l'alto, verso il campanile. I capelli, raccolti con un elastico nero molto elegante, lasciano scoperto il collo liscio e bianco come i raggi del sole che lo illuminano. È aggrovigliato di muscoli e nervi, piccoli e sottili anch'essi. Ha una corporatura esile e quella posizione non sembra possa a reggerla ancora per molto.
Ai piedi della scalinata c'è una donna decisamente più grossa, con le braccia sapienti. La mano sinistra è poggiata sulla nuca di sua figlia e quella destra è sollevata verso l'entrata della chiesa o forse verso la donna esile. Le spalle della madre sono scoperte e il vestito leggero, che con il vento si è attorcigliato sulle gambe e schiacciato sul busto, copre il corpo lasciandone intravedere le abbondanti forme.
Le spalle forti fanno pensare ai lavori ai quali la donna, durante la sua vita, è stata sottoposta; la dolcezza, con la quale la mano sinistra è poggiata sulla testa della bambina, fa pensare alla cura nei confronti del futuro che sente tra le dita.
Anche la bambina è vestita a festa. La luce del sole le illuminava il viso, ma da dietro è impossibile vederlo, mentre i capelli biondi, legati in un tuppo, la separano per un attimo, dall'aria leggera che circonda il suo corpo minuto. Le mani imitano quelle della donna esile in cima alla scalinata: reggono con la punta delle dita dei lembi di stoffa della gonna scelti a caso. Lo sforzo non è simile, la gonna della bambina è leggera e anche solo il vento l'avrebbe sollevata. I piedi nudi escono separati da terra da piccoli sandali in cuoio e si posano solo con la punta, schiacciando l'intero mondo. Il busto della bambina è proteso in avanti, poggiato sulla gamba che sta per salire il primo scalino. Il resto del percorso sembra, in questo momento, una ascesa insostenibile per quel semplice corpo. Sembra non possa riuscirci. Sembra che la donna esile, in cima alla scalinata, le stia per cadere addosso. In quest'attimo tutto sembra così.
 
La desolazione del resto della piazza è schiacciata dal bianco del sole, in grado, forse, di bruciare ogni essere vivente che intenda opporsi; le ombre, che circondano tutto lo spiazzo, sono di palazzi apparentemente più nuovi rispetto al luogo sacro.
 
Ai piedi della scalinata, sul lato destro guardando verso l'entrata, c'è un uomo, coperto di pochi vestiti e decisamente sporchi, le sue mani sono poggiate con il dorso sulle gambe. Le sue gambe sono stese sulle mattonelle all'ombra. Questo corpo non sembra compiere alcuno sforzo per esser lì, non sembra opporsi al sole caldo e pesante, non sembra opporsi nemmeno all'insormontabile scalinata. È semplicemente fermo lì. Immobile con gli occhi semichiusi e le mani aperte verso il cielo, aspettando chissà quale donazione, chissà quale carità.
Il suo collo è teso, non dallo sforzo, ma dal peso della testa girata all'indietro. Il viso di quell'uomo è l'unico visibile e non schiacciato dalla luce del sole. Le sue orbite sembrano girarsi all'indietro e non sembra affatto intenzionato a guardarci, è lontano. Privo di ogni cura. Le spalle possenti, di chi ha vissuto facendo sforzi e sacrificando la propria esistenza, sono utili solo a sostenere le braccia ferme. Le vene sul collo pulsano ancora d'attesa. La barba rada e lunga copre quel poco di viso che circonda la bocca.
 
È un angolo inspiegabilmente cupo, in questa mattina di sole caldo e afoso. Lì, per quell'uomo il cielo basso e greve, è come un coperchio, schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio. Ferma.
Dietro di lui la parete è sporca, nonostante quello sia il muro della chiesa che separa il giardino interno del monastero, dal resto del mondo. È sporco di città, della vita delle persone e quel nero, intarsiato nell'intonaco, non andrà mai più via. Forse per questo il sole ha deciso di non batterci su. Dietro l'uomo seduto, c'è una scritta fatta con uno spray, da chissà chi. C'è scritto spleen.
 
[Luca Romano]
 
@ Foto di Beatrice Avallone

 

 

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