35 – Me le dia blu
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di Guido Tedoldi, 14 luglio 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

35 – Me le dia blu

Cartografia di Maya

«Lei è cosciente che queste pillole potrebbero avere effetti devastanti…». Gli faccio cenno che lo so. Ci sono studi che dimostrano cambiamenti massicci nella chimica del cervello dovuti all’uso delle pillole. Ma non ho scampo, sono dipendente. I miei muscoli mordono se non ne prendo un po’ al giorno.
Con questo medico ci conosciamo. Fu lui che mi salvò la prima volta, è lui che mi ha salvato sempre. Il motivo per cui mi dà del lei è che… be’, se si facesse coinvolgere da tutti i pazienti, non si salverebbe più emotivamente. Ad aver bisogno di pillole sarebbe lui. O di spray nasali. O di tatuaggi. Questi sistemi puliti che consentono di assumere sostanze senza bucarsi o rovinarsi il naso e i polmoni. Non sia mai che si producano effetti collaterali spiacevoli a livello fisico.
Gli domando se non sarebbe meglio un tatuaggio. I vantaggi sono diversi: rilascio lento e continuo della sostanza, il che previene sia i momenti di esaltazione (perlomeno quelli eccessivi) sia i down quando la sostanza si esaurisce, e percezione precisa di quanto manca al termine dell’effetto grazie al progressivo scolorimento del disegno. «Questa richiesta me la fanno tutti, sa?», mi dice. Non sposta lo sguardo dal personal su cui sta impostando la ricetta, ma io la sento lo stesso, la sua occhiata severa. Con i tatuaggi si rischia l’overdose come e più degli altri sistemi di assunzione. Ingoiare 50 pillole comporta un certo tempo, ricoprirsi la pelle di disegni è molto meno impegnativo.
Mi torna in mente come ho cominciato: in ufficio. No, in realtà non mi ricordo. Ho voluto rimuovere certe sensazioni, e con l’allenamento di anni ci sono riuscito. Non mi ricordo più quale fosse il progetto cui stavamo lavorando, né il numero di giorni che ho passato insieme ai colleghi senza dormire per rispettare la scadenza. C’erano tanti soldi in ballo, e li abbiamo guadagnati. Anche la volta dopo. E la volta dopo ancora.
Il colore delle pillole sì, lo ricordo. Blu. Molto scuro, particolare. Non posso non ricordare perché il colorante non era stato scelto a caso: il suo effetto combinato con l’anfetamina ha prodotto dipendenza immediata. Lo sapevo, eh. Dopo la liberalizzazione dell’uso di stupefacenti, certe informazioni girano. I drogati di tutto il mondo hanno conoscenze farmaceutiche di prim’ordine. Il colorante rosso, o quello giallo, non hanno effetti sulle capacità del cervello di liberarsi delle scorie. Il blu si va a fissare nelle sinapsi, e sta lì per sempre.
Il dottore continua a non guardarmi. Rimane concentrato sul suo personal. Forse sta pensando a come ripropormi l’operazione. Una cosa pulita, in nanochirurgia, 3 giorni di coma indotto e sonde pulenti che vanno a cercare i depositi di colorante per smantellarli. Se poi uno vuol continuare a farsi, il problema è suo – ma la dipendenza è debellata. Me l’ha proposta due volte nell’ultimo anno, e gli ho detto di no.
«Mi dica quali vuole», dice, e il visore del suo personal genere gli ologrammi di 3 pillole diverse: rosse, azzurre, e santiddio blu, quel blu meraviglioso. Il mio corpo reagisce prima che io lo decida, la mia voce parla prima di me: «Me le dia blu».
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Beatrice Avallone

 

 

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