36 – Ed è solo dolore
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di Guido Tedoldi, 21 luglio 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

36 – Ed è solo dolore

Cartografia di Maya

Sto male.
Ho passato gli ultimi anni in una specie di stupefazione gioiosa. Mai l’umanità ha avuto un periodo così favorevole, mai ci sono state così tante persone benestanti o quasi, nessuno più muore di fame a meno che non lo voglia. Mai ci sono state così tante persone di cultura, e connesse alle altre persone in modo da formare network di intelligenze e di sviluppo di ulteriore cultura; il problema non è più la scuola, ormai, né lo sviluppo di politiche per l’alfabetizzazione: la questione è quanto ognuno voglia imparare di continuo, e voglia diventare competente in campi del sapere più divertenti e intriganti che immediatamente utili alla sopravvivenza, e nemmeno alla costruzione di un reddito immediato (che la conoscenza è reddito, ormai lo hanno capito anche gli ignoranti più cocciuti e orgogliosi d’esserlo).
La scienza e la sua ancella prediletta, la tecnologia, hanno fatto progressi giganteschi. E io, nel mio piccolo, ho contribuito. Ho passato anni a cercare prodotti e concetti, a tentare di spingere l’innovazione e a convincere chi mi stava intorno che fosse una cosa utile. Ho fatto la figura del visionario, ho incarnato sapendo di incarnarlo il ruolo dell’ottimista patologico. Lo sviluppo della storia mi ha dato ragione e non mi serve cercare nei motori di ricerca il mio nome per sapere che ho fatto bene. Il XXI secolo è molto meglio del XX.
Ma lo stesso sto male.
Rispetto alle mie ambizioni, quello che c’è è poco. Rispetto alle possibilità, quello che l’umanità ha fatto e sta facendo è ben poco.
Là fuori, nella grande frontiera dello spazio, c’è ancora così tanto da scoprire, da inventare, da elaborare. C’è un intero linguaggio nuovo da inventare per dominare le leggi della fisica e il significato stesso dell’esistenza. C’è un dio da stanare, forse, o più di uno. O forse non c’è, nonostante l’inseguimento plurimillenario per stanarlo. Ma che ci sia o non ci sia, cambia poco: una volta che ci mettiamo a scorrazzare là fuori, noi uomini trattiamo alla pari (perlomeno alla pari) con tutti e tutto. C’è un’umanità da trasformare in qualcos’altro, sia a livello organico sia mentale, per renderla cittadina dello spazio invece che schiava di una sola minuscola palla di terriccio e acqua, estremamente periferica rispetto alle bellezze e alle potenze che ci sono a disposizione.
Nel mio personal ho migliaia di libri, milioni di file che parlano di questi argomenti. Me ne sono abbeverato per la maggior parte della mia vita, se ragiono in certi termini è grazie a un’intera mitopoiesi non soltanto scientifica ma anche multimediale, che ha costituito il mio ambiente mentale di riferimento. «Fantascienza» la chiamavano una volta, nella prima parte del ’900 in cui veniva spacciata in giornalacci scritti su cartaccia pulp. «Realtà», sappiamo adesso, dopo che gente come William Gibson e Bruce Sterling ce l’hanno mostrata in tutta la sua evidenza.
Sto male. Vivrò a lungo e sano, ma non sarà abbastanza per vedere le cose davvero belle. So e saprò moltissimo, ma è ancora niente rispetto a quello che si può sapere. Ho tanto. Voglio di più.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Beatrice Avallone

 

 

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