40 – Io Federer, tu Nadal
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di Guido Tedoldi, 22 settembre 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

40 – Io Federer, tu Nadal

Cartografia di Maya

«Non esiste più il tennis di una volta», mi dice. In effetti no, penso, non foss’altro per il motivo che adesso, se non ci fossero nello stadio i megaschermi con i replay in super slow motion, noi spettatori non vedremmo praticamente niente: le traiettorie della pallina e degli stessi giocatori sono più veloci della capacità dell’occhio umano di percepirli. Ok, le palline lasciano nell’aria la traccia laser, come piccole comete rosse che schizzano qua e là per il campo, e i led nelle suole delle scarpe e nei polsini dei giocatori rendono un po’ più evidenti le loro movenze. Ma non è certo la stessa cosa dell’inizio del secolo – le magnifiche partite di Roger Federer, le sue sconfitte con Rafael Nadal.
«Ti va una sfida?», domanda. Alzo un sopracciglio. «Io faccio Nadal». Ecco, così va bene. Io farò Federer. Prendiamo in mano i rispettivi personal, e non sembriamo strani visto che è la stessa cosa che sta facendo anche il 90% degli altri spettatori. Molti sono collegati a siti di scommesse – e sono quelli che partecipano più emotivamente alla partita in corso, perché per loro è questione di soldi, ogni punto un pronostico da azzeccare. Alcuni ragazzini seduti alle nostre spalle stanno giocando a uno sparatutto, e nonostante abbiano le cuffie per non disturbare si sentono i rumori delle loro battaglie.
L’ambientazione che scegliamo è quella di Wimbledon 2009, quando Nadal vinse la finale lasciando 4 game a Federer. Lui ci prova ogni volta, ma ogni volta io riesco a ribaltare il risultato. So tutto di come giocava il grande svizzero, so come suggerire al mio avatar le correzioni adeguate di posizione sui servizi di Nadal, che il mio avversario esegue sempre nello stesso modo piatto. So come fare a vincere. La percentuale di aderenza del mio avatar ai movimenti del vero Federer è inferiore all’80%, ma in questa partita specifica occorre fare così. In altre partite imposto il gioco senza quasi correzioni, perché l’originale le vinse senza bisogno che la sua arte venisse aiutata.
Rumore anomalo, come di scivolamento brutale sul cemento di una suola di scarpa e spalla umana che colpisce il suolo. E infatti è quello che è successo – vedo adesso nel replay. Uno dei giocatori ha valutato male un dritto anomale dell’altro, e non è arrivato con il giusto timing sulla palla dovendo scivolare. Ma qui non siamo sulla terra battuta, e i sensori delle sue scarpe, invece di far scivolare la suola, l’hanno bloccata per evitare distorsioni alle ginocchia. Il giocatore è stato proiettato in avanti, in volo ha colpito la palla (malamente, tanto che è finita in rete) ma poi ha dovuto inventarsi un atterraggio con rotolamento sul braccio allungato che teneva la racchetta, e poi sulla spalla che ha fatto da perno al rotolamento, e poi sul fianco/schiena/fianco opposto che hanno attutito la caduta e generato la spinta per l’immediata rimessa in piedi. Un gran bel gesto atletico. Stavolta l’applauso parte spontaneo, non per il rito di celebrare il punto fatto. Un applauso in stile zen («il suono di mani sole che tentano di non danneggiare personal di plastica»).
«Ho vinto il game», dice. In effetti, lasciando giocare il mio Federer come impostato nel computer, il suo Nadal dalla concentrazione terribile ha avuto la meglio. Ma la partita non è soltanto un game.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Beatrice Avallone

 

 

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