45 – La robot che mi amava
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di Guido Tedoldi, 27 ottobre 2011
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

45 – La robot che mi amava

Cartografia di Maya

Li vedo camminare insieme, a braccetto, nel parco. Lui un po’ piegato dall’età, un vecchio dignitoso vestito alla moda di qualche decennio fa. Lei è sempre Keiko, sempre bella come il primo giorno. Ci sono robot la cui pelle invecchia, ma lui non ha voluto un modello troppo avanzato. Sua moglie è morta da mezzo secolo, e lui ha voluto a fianco chi le somigliasse sempre come se la ricordava.
Quando vengo qui nell’ufficio di Tokyo mi piace guardarli camminare. Non hanno fretta, non hanno tempo, e sulle loro abitudini si potrebbero regolare gli orologi. Sono semplicemente immersi nel piacere di stare insieme. Lui, piacere umano, lei, piacere di macchina. Che nelle apparenze esterne non ha niente di diverso da quello umano. Ci abbiamo lavorato su in molti, su quelle apparenze (Alan Turing ci aveva rivelato com fare) e molti ci stanno ancora lavorando. Al meglio non c’è limite, come dicono da queste parti. Anticamente lo chiamavano «Kaizen», e sembrava un concetto buono per convincere i gonzi della qualità totale industriale, o gli invasati dell’innovazione continua: un millimetro più piccolo, un secondo più veloce, un grammo più leggero – ed ecco un prodotto totalmente nuovo rispetto a quello originale, magari acquisito con mezzi non propriamente leciti. Se vivi con kaizen, il meglio è sempre là, sempre un passo avanti. Sempre un bello stimolo dinamico.
Keiko probabilmente si è accorta che li sto guardando, anche se sono a parecchie decine di metri da loro e sono dietro una finestra del terzo piano. In effetti lei sta tenendo sotto controllo diverse centinaia di persone, animali, cose. I suoi sensi sono super, e tra le sue funzioni c’è anche quella di guardia del corpo. Esperta di aikido, naturalmente, come pensava il vecchio Isaac Asimov: non un movimento d’attacco verso esseri umani, e però la capacità di difendere e difendersi senza per questo offendere. Gentilmente invulnerabile.
Lui le starà parlando di qualcosa del profondo passato, di quando era bambino, magari. E lei quella storia la saprà già per averla ascoltata milioni di volte. Ma lo ascolterà, con un sorriso paziente – il sorriso che lui ama. La prima volta che ho visto quell’amore in un uomo ero a un concerto. Ambra Paradise, Londra, 52 anni fa. 53. Circa. Era l’epoca delle cantanti virtuali, non ancora robotiche – in quegli anni avevano ancora movimenti non perfettamente calibrati, e si facevano cantare ologrammi giganti. Ambra Paradise aprì una strada, una direzione di sviluppo. L’ologramma era generato dal suo corpo di robot, ne ingigantiva la percezione e ne addolciva i movimenti.
E quella sera a Londra io vidi uno spettatore, a pochi metri da dove mi trovavo… be’, totalmente innamorato. La sua non era la passione di un fan, per quanto il piacere di sentire le canzoni ed essere lì costituisse una parte del suo coinvolgimento emotivo. E non era nemmeno passione sensuale, per quanto Ambra Paradise fosse stata costruita tenendo conto dei sondaggi sulle foie del maschio medio. No, il volto di quel maschio specifico, indubitabilmente umano, era in estasi. Stava assistendo alla manifestazione della donna perfetta.
Mi domandai quella sera (come in tante altre occasioni) cosa stessi facendo. Cosa stessimo facendo noi tutti che vivevamo kaizen. La risposta la sapevo: Keiko. E altre. E altri. Migliori.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Monzino

 

 

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