Vicolo del precipizio
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di Remo Bassini, 10 novembre 2011
Nome: Remo
Cognome: Bassini
Website: http://www.remobassini.it/
Bio: Remo Bassini ha pubblicato fra gli altri: “Lo scommettitore” (Fernandel 2006); “La donna che parlava con i morti” (Newton Compton 2007); “Bastardo posto” (Perdisapop 2010), “Vicolo del precipizio” (Perdisapop 2011).

Vicolo del precipizio

Anteprima – un romanzo Perdisapop

La tazza e quella del latte, dei biscotti e della voce spazientita della mamma: “Sbrigati, Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola”.
Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, e in piedi, e sul terrazzino. Quando avrà finito di bere, porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a scrivere, fino all’alba, fino allo sfinimento. La tazza e sorretta con la sinistra; la destra e sotto, per precauzione, metti che caschi. Non e un gesto di sempre: e di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che questa vecchia tazza bianca con il manico nero lo ha seguito, sempre. Dovrebbe essere nata prima di lui, dalle mani di un cocciaio.
Fa caldo a Torino. Sono le dieci e venti, ogni tanto arriva qualche brezza di vento. Si è appena lavato la testa. Un rito: se non ha i capelli lavati non riesce a scrivere, ne per altri ne tantomeno per sé. Stasera e stanotte scriverà di nuovo per sé, dopo anni. Ha tutto quel che gli serve, qui sul terrazzino. Il computer portatile, due sigari Toscani accuratamente tagliati in quattro mezzi, la compagnia discreta e silenziosa di Giada, la gatta che gli si sta strofinando tra le gambe, la fotografia che suo padre il mese scorso ha scattato di nascosto alla mamma che spalancava la finestra della camera da letto, al risveglio.
L’ha fotografata di spalle, babbo Felice. Oltre la vestaglia nera della mamma e i suoi capelli bianchi, s’intravedono alcuni rami dell’ulivo che salgono dal campo, sotto casa, e poderi lontani, verso la pianura della Valdichiana.
Il suo vecchio, quella foto gliel’ha regalata quando Tiziano è tornato al paese per la solita visita veloce, due giorni e due notti, con partenza al risveglio. Gliel’ha allungata prima dei saluti, incorniciata, senza dir nulla. Trattenendo le lacrime a stento, che la Stefania non è più la Stefania.
Con la tazza del caffè ormai vuota e il cielo di Torino illuminato dalla luna piena, sta risentendo la voce del suo vecchio, ora. Gli sta raccontando di quel giorno di maggio, un lunedì, quando nella basilica di Santa Margherita sposo la Stefania. Alla cerimonia c’erano anche i genitori di Tito con Tito che, avrà avuto quattordici anni, ne combino una delle sue. Proprio quando il prete, solennemente, diceva: “Felice, vuoi prendere questa donna come tua legittima sposa?” lui tiro fuori dalla tasca un’armonica a bocca – ma il suo strumento diventerà la fisarmonica – per un omaggio musicale non richiesto. Lo bloccarono appena inizio a suonare.
“E pensare che sembra ieri”, ha aggiunto suo padre. Una delle sue ricorrenti frasi fatte, dette ciondolando la testa. Stavolta pero Felice, guardando severo il figlio, ha voluto sottolinearlo con altre parole, quel pensiero.
E ha detto, ma senza muovere il capo, fermo come una guardia del corpo all’alzabandiera: “A un certo punto della vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi”.
Sul treno del ritorno, quella frase così semplice e così vera, Tiziano avrebbe voluto scriverla, se avesse avuto, ma non l’aveva, un portatile o un bloc-notes nel borsone. Non l’ha scritta nemmeno quando è tornato a casa. Ma ora e sul suo terrazzino – quando il tempo lo permette lavora lì di notte – e ce l’ha bene impressa nella mente.
A un certo punto della vita, voltandoti indietro, vedi che restano solo i ricordi.
Deve mettersi al lavoro. Dopo che ha portato in cucina e sciacquato con cura la tazza, è di nuovo fuori, seduto, col sigaro spento tra le labbra, e con Giada che è rimasta lì ad aspettarlo, come se avesse capito, lei.
Deve scrivere, insomma, senza distrarsi a guardare il cielo stellato o inseguire le curve sinuose di quella donna che ha appena posteggiato, all’altro lato della strada, e che sta entrando nel palazzo di fronte, costruito da poco. Che si tratti della nuova vicina, al quarto piano, proprio davanti a lui? Ha aperto il primo cancello, pochi metri di aiuola e una magnolia la separano dalla porta d’ingresso, a vetri. Sta frugando nella borsetta, ora, quella donna vestita di nero, dal portamento elegante. Starà cercando le chiavi, ipotizza lui, ma non e così: dalla borsetta ha tirato fuori una sigaretta, ha inclinato la testa a sinistra, sull’accendino, come fanno certi uomini, e per un attimo la luce della fiamma le ha illuminato il profilo.
“Ma chissà di che colore hai gli occhi”, ha mormorato Tiziano, che è tentato, ma sa che non lo farà, di scendere, presentarsi, far due chiacchiere e magari due passi, se lei accetta, per poi raccontarle una storia: della contadinella toscana che si diverte a stupire i forestieri mostrando alla capra, che ogni giorno porta al pascolo, due castagne; una sul palmo della destra, l’altra su quello della sinistra; indicando con la testa la castagna di sinistra, la contadinella dice alla capra: “Mangia questa, ma non mangiare l’altra, mi raccomando”, e la capra obbedisce, mangia in effetti la castagna di sinistra e poi si ferma, la castagna sul palmo della destra non le interessa, il gioco a questo punto e finito e la contadinella scapperà via sorridendo, senza svelare il segreto della sua magia.
No, adesso deve scrivere. Scriverò anche di questo, pensa Tiziano sistemando, al centro della sedia, accanto alla foto di mamma Stefania, i sigari smezzati, l’accendino e la bottiglia di acqua gassata: gassata come dicono i toscani, con due esse, e se occorre pure tre.
 
[Remo Bassini]
 
(dal 9 novembre in libreria)
 
@ Foto di NAYEEM
 
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