56 - Guardare l'acqua da 206 metri d'altezza
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di Guido Tedoldi, 19 gennaio 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

56 – Guardare l’acqua da 206 metri d’altezza

Cartografia di Maya

A quest’altezza l’acqua della fontana arriva in forma di goccioline, e le luci che le attraversano creano effetti colorati affascinanti e cangianti. Siamo a 206 metri, nella torre più alta di Milano che finisce parecchio più su. Anche questa città si è arresa alla corsa verso l’alto, sebbene senza arrivare alle torri di più di un chilometro che si vedono in Asia, nel ricco oriente che è la fabbrica del mondo. Già all’inizio del XXI secolo la vecchia Europa e la giovane America avevano perso il primato sia del numero di torri sia delle altezze. All’epoca in testa alla corsa mondiale c’era Hong Kong, in testa alla corsa europea c’era Mosca. Che tempi…
Se avessi voluto davvero stupire i miei ospiti avrei affittato una delle bolle di plastica trasparente che oscillano sopra la fontana, e ce li avrei portati. A tenerle sospese sono i getti dell’acqua stessa, a diverse altezze e su percorsi stabiliti. Una specie di lunapark molto bello esteticamente ma per diverse persone insostenibile emotivamente, perlomeno se vissuto dal vivo. Molte persone sono capaci di affrontare avventure estetiche della durata di settimane quando interpretano avatar in mondi virtuali, ma quando ci si trovano dal vivo cedono alla paura e al pensiero di essere completamente in balìa di sistemi computerizzati.
Adesso alcuni di loro guardano in basso, mentre i getti d’acqua salgono come colonne inesorabili e colorate. Le bolle sono 3, visibili grazie agli ologrammi marini che contengono (li ho concordato con la proprietà della torre). A me piace particolarmente quello con le balenottere a dimensione reale, ma vedo che il più apprezzato è quello con le evoluzioni dei delfini. Nel programma dello spettacolo una di esse salirà fino a 180 metri, dando quasi l’impressione di poterci mettere le mani dentro.
Dalla parte chiusa del salone le pareti sono schermi televisivi che mostrano il vero motivo per cui siamo qui: festeggiare l’arrivo della Dakar di quest’anno. L’azienda per cui lavorano molti degli ospiti ha sponsorizzato il vincitore della gara motociclistica, e le immagini in diretta raggiungeranno il culmine tra un paio d’ore, quando lo show della fontana sarà concluso, ovvero i getti saranno stati riportati alla loro altezza normale – un sollievo per chi è al livello del terreno. Noi da qua festeggeremo con giochi pirotecnici, veri, non olografici. Saranno sparati dalla cima della torre, e noi a quest’altezza li vedremo come se li avessimo di fronte. Il resto della città non sarà quasi disturbato dal rumore dei botti, vista la distanza dal suolo.
Uno degli schermi riscuote attenzione. Mostra le immagini personalizzate dal casco del nostro motociclista – lanciato a 270 km/h su una pista sabbiosa. Le immagini sono molto stabili e fluide, ma non si tratta di una ricostruzione computerizzata: sono proprio le sospensioni della moto a essere talmente reattive da assorbire quasi completamente le vibrazioni. Il panorama è sensazionale, chilometri quadrati di deserto vuoto. Il traguardo della corsa è a quasi 500 km, informano i metadati sullo schermo.
Il rumore dominante è il brusio delle conversazioni degli ospiti. Il motore emette un ronzio sottile, ma molto basso (anche questo reale, non filtrato da nessuna regia). C’è qualcosa di molto giusto in tutto ciò.
 
[Guido Tedoldi]
 

@ Foto di  Raffaello Ferone

 

 

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