La prigione grande quanto un paese (1)
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di Marco Drago, 19 gennaio 2012
Nome: Marco
Cognome: Drago
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Bio: Marco Drago è scrittore, autore e conduttore radiofonico. Ha pubblicato "L'amico del pazzo" (Feltrinelli 1998), "Cronache da chissà dove" (minimumfax 2000), "Domenica sera" (Feltrinelli 2001) e "Zolle" (Feltrinelli 2005). È stato fondatore e direttore della rivista letteraria "Maltese Narrazioni". Attualmente lavora come autore e conduttore di "Chiedo asilo" su Radio24.

La prigione grande quanto un paese (1)

L'ufficetto genovese. Primo episodio.

Toccai il suolo italiano alla Stazione Centrale di Milano che poteva essere il 4 o 5 agosto del 1988,
dopo quasi un mese di Germania Est e settandadue ore in una situazione a dir poco imbarazzante.
Nei giorni successivi al mio rientro lessi L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera,
il romanzo del momento. A capo dell’Unione Sovietica, ormai da un paio d’anni, c’era Mikhail Gorbaciov.
Non nego che un po’ ci si sperava tutti quanti, in Gorbaciov.
Le cose stavano cambiando, su quello non c’erano dubbi,
ma sul come nessuno aveva uno straccio d’idea. Ed è stato quello, il bello di quegli anni lì.
 
1.
 
Il vezzo corrente, per i miei coetanei, è quello di sentirsi ancora giovani. Quando dico “giovani” dico “giovani”, e a quaranta, quarantadue anni, non si è giovani. Lo dico prima ancora di iniziare a raccontare questa storia vera perché i fatti che in questa storia sono contenuti e gli stati d’animo che nella storia sono espressi appartengono a un ragazzo di ventun anni. È quindi una storia che parla di gioventù vera, di una stagione che è finita sul serio e che non è ormai più collegata alla stagione che sto vivendo ora.
Studiavo lingue a Genova. Era l’estate tra il secondo e il terzo anno. Vincendo la mia pigrizia un po’ ombelicale mi ero deciso a non trascorrere il mese di luglio a oziare a Cassinasco come l’anno prima (grandi dormite, grandi letture, grandi partite a calcio con gli amici, grandi bevute di birra al “Maltese”, grandi tentativi di andare a letto con ragazze) e mi era venuta un’idea che solo a me, tra tutti quelli che conoscevo e frequentavo, poteva venire: andare a studiare un po’ di tedesco in Germania Est. Come mi era potuta venire un’idea simile? Semplice: un pieghevole trovato sul tavolo che, uscendo dall’Istituto di Lingue, ti trovavi sulla sinistra. Dove stazionavano sempiterni il bidello capo Sperindio e le sue due ancelle, quella con la faccia cattiva e quella con la faccia brava. Proprio lì, impilati come se niente fosse, c’erano un bel po’ di questi pieghevoli che invitavano gli studenti di lingue a perfezionare il tedesco nella DDR.
Non ero il tipo insensibile a certi richiami.
La DDR.
Già il concetto di DDR mi affascinava oltremodo. Non si sapeva niente di quella Germania. La cortina di ferro, lì era di piombo. Solo gli atleti – come nella migliore tradizione dei paesi sotto dittatura – salivano agli onori delle cronache. Neppure i politici erano conosciuti. La triste fama di Erich Honecker, l’allora segretario del Partito di Unità Socialista (o “Partito Unico Socialista”, come veniva chiamato di nascosto dalla popolazione), neppure Honecker si sapeva bene chi fosse. La sua fama è arrivata a noi a cose fatte, quando era già scappato via come un ladro. Si conoscevano nomi e volti solo delle donne/uomo dell’atletica olimpica. La DDR per noi era poco più di quello. Era un mondo chiuso. Difficile entrarci, vigeva una paranoia di stato tale che nemmeno gli uomini d’affari dell’occidente potevano avere agio a muoversi dentro e fuori del paese per svolgere i loro sacrosanti – appunto – affari. Io avevo 21 anni, all’estero ero stato poche volte, mai e poi mai mi sarei immaginato di poter visitare un paese oltre cortina, tantomeno la Repubblica Democratica Tedesca.
E invece ecco il pieghevole.
Il pieghevole era stato messo lì da qualche zelante collaboratore o collaboratrice di una associazione che – mi pare – si chiamasse “Associazione dell’Amicizia Italia-DDR” con sede a Genova.
Era giugno. Forse era tardi, ma un corso cominciava all’inizio di luglio e finiva all’inizio di agosto, magari c’era tempo.
Così andai all’indirizzo segnato sul pieghevole ed ebbi un’esperienza che pochi hanno avuto. Un’esperienza irripetibile per il semplice fatto che certe cose non esistono più, punto. Cosa feci di tanto speciale? Beh, ebbi un colloquio con una militante di questa “Associazione dell’amicizia Italia-DDR”. Non credo siano in tanti a potersi vantare di una cosa del genere. C’era questa ragazza in un ufficetto del centro storico. L’ufficetto era ingombro di pubblicazioni sulla DDR in italiano. Arrivavano dal Ministero della Pubblica Istruzione di Berlino Est. Alle pareti i poster delle spiagge del Baltico, della Alexanderplatz e delle amenità paesaggistiche della DDR. La ragazza mi spiegò che prima di iscrivermi doveva passare il mio nome a qualche commissione salamadonna e che in caso di accettazione mi avrebbero avvertito. C’era poi il problema del visto. Okay, ascoltai tutto, diedi i miei dati. Per 260 dollari avrei avuto forse diritto a vitto e alloggio più lezioni dal mattino alla sera nel campus della Technisches Universitaet Otto von Guericke di Magdeburgo. In Germania Ovest non ne sarebbero bastati duemila.
Studiavo a Genova, non avevo una lira, per forza che all’epoca ero un po’ tirchio. Ma tornando all’ufficetto e alla ragazza nell’ufficetto. A posteriori comincio a chiedermi in tutta serietà: chi era quella ragazza? Non sarebbe forse impossibile risalire a nomi e cognomi di aderenti a quella fantomatica associazione, ne esisterà traccia in rete, chissà, ma qualche ipotesi si potrebbe anche provare a farla. La fantasia galoppa e uno si immagina che fossero spie. Spie a bassa intensità. Gente che dava una mano, insomma. Alla luce del sole. Ummm. Una simile associazione non era certamente nata e non aveva certamente agito all’insaputa di chi doveva sapere. Sicuramente i nostri Servizi sapevano e sicuramente qualche controllatina l’avranno anche data. Quindi spie no. Dunque? Invasati del pensiero marxista? Okay. Ci sta. Quelli di Lotta Comunista. Ma perché allora proprio la Germania Est? Il materiale promozionale che distribuivano era pura propaganda di regime, scritto, tradotto e stampato in Germania Est. Dunque questi genovesi che tenevano l’ufficetto, come dire, avevano un legame diretto con il governo della DDR. Ma in nome di chi e di che cosa? Se fossero stati dei tedeschi est mandati dal governo ad aprire un ufficio di promozione culturale della DDR a Genova sarebbe stato strano ma non impossibile. È l’identikit del membro medio della “Associazione dell’Amicizia Italia-DDR” a risultarmi impossibile. Si era nel 1988. Non in pieni anni ’70. C’era Craxi che imperversava. I “compagni” maoisti o inneggianti a Ho Chi Minh non esistavano più. Molti erano già passati all’agricoltura biologica, altri al buddhismo, hare krshna, reincarnazione, reiki ed erboristerie, insomma non era certo il momento per l’amicizia tra Italia e DDR. Nessun uomo o donna di sinistra del 1988 avrebbe mai osato citare un qualunque stato dell’Europa dell’Est come esempio di comunismo o socialismo realizzati. La sbornia filo-sovietica era finita fin dai tempi di Krusciov, così come quella filo-estremorientale. Dunque mi è impossibile ipotizzare che tipo di uomo o donna, nel 1988, potesse avere come ideale di vita l’amicizia con Pankow.
Forse erano fiancheggiatori blandi delle BR? Due anni prima a Genova avevano arrestato per terrorismo il professor Fenzi, che insegnava letteratura italiana alla Facoltà di Lettere. Genova era piena di simpatizzanti delle BR.
Forse erano degli sfigati idealisti che sinceramente tifavano per un tipo di società come quella della DDR?
Ricordo che all’epoca mi era sembrato veramente strano, quell’ufficetto. Ora ancora di più.
 
[Marco Drago]
 
@ Foto di Raffaello Ferone
 
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