Sabato 21 gennaio 2012 alla Casa della Poesia di Vercelli è andato in scena un inedito duetto letterario fra due poeti delle generazioni fra i trenta e i cinquant’anni, Peter Genito e Franz Krauspenhaar che, moderati da un altro poeta (o meglio, poetessa) Francesca Tini Brunozzi, hanno presentato le loro nuove fatiche letterarie – Dal buio al cuore(Marco Del Bucchia Editore, 2011) e Effekappa (Editrice Zona, 2011) – leggendone alcuni passi e talvolta scambiandosi persino i testi da offrire a un pubblico numerosissimo (fatto insolito per queste iniziative). Nelle due raccolte poetiche in vari modi, più o meno ironicamente, si fanno i conti con la propria esistenza e al contempo con la realtà circostante. In queste brevi flashGenito e Krauspenhaar parlano dei loro rispettivi volumi, della vita, della letteratura, prima (senza pubblico) con Guido Michelone, poi con la stessa Francesca Tini Brunozzi in una selezione dei momenti più significativi del reading vercellese.
Prima del reading
Guido Michelone: Cosa puoi dirci del tuo primo libro da autore?
Peter Genito: In Dal buio al cuoresono molto legato alle poesie più lunghe, quelle in cui parlo del mio lavoro di bibliotecario che svolgo ormai da quindici anni: ce n’è una dedicata al grande scrittore Jorge Luis Borges, in cui parlo di libri e di labirinti, o meglio del labirinto che è la nostra vita, intricatissima come una rete, come internet; in fondo anche William Shakespeare anticipava il web raccontando di reti in senso esistenziale.
GM: Per te, Effekappaè invece il tuo secondo libro di poesie?
Franz Kraspenhaar: Sì, ed è il secondo atto di un percorso lirico, cominciato nel 2009 con Franzwolf, senza sapere bene dove potevo andare; era una cosa per me nuova, anche se scrivo poesie da sempre, ma non avevo mai creduto nelle mie possibilità di poeta, tant’è che avevo prima pubblicato cinque romanzi. Ma la letteratura è una sola: la poesia è solo un modo diverso di dire dal romanzo. Purtroppo in Italia ci sono i guelfi del romanzo e i ghibellini della poesia, due fazioni che non comunicano fra loro, con conseguente perdita di idee e di valori per tutti.
GM: Peter, dicevi prima delle poesie lunghe, però anche le tue più brevi hanno un senso ben preciso…
PG: Quelle sono paragrammi o calembour, con rime e assonanze, sono meno serie delle altre, ma per questo non meno belle, certo, vanno un po’ nella tradizione dei nuggae degli antichi romani oppure riprendono gli erotopaeginia dei lirici greci, sono bisticci verbali che richiamano anche gli epigrammi ellenistici, qualcosa di dissacrante, insomma scherzi d’autore.
GM: Forse per te invece, Franz, non vale tanto il discorso di poesie lunghe o poesie brevi, quanto piuttosto lo scarto fra la lirica e la prosa: insomma ti senti più poeta o più romanziere?
FK: Sono un narratore prestato alla poesia; il tutto risale al 2007 quando ho avuto una specie di chiamata quasi religiosa e ho quindi pubblicato le mie nuove liriche sul mio blog, dove sono subito state accolte molto bene, incoraggiandomi a continuare.
GM: Leggendoti, Peter, non so perché, ma mi è venuto in mente anche qualcosa di un classico del Novecento come Aldo Palazzechi, condividi?
PG: Sì, indirettamente. Ma credo di essere influenzato anche dai reading che si svolgono in Toscana, dal poetare popolare in ottava rima che è ancora molto diffuso, sin dal Medio Evo, nel Valdarno fiorentino, dove risiedo.
GM: Con Franz, invece non c’è che l’imbarazzo della scelta, fra i poeti che più ami…
FK: Sì, ne amo tanti, tantissimi: posso citare, tra i viventi, Cristiana Annino che debutta nel 1968 e per il Novecento Pier Paolo Pasolini che cito velatamente nella lirica Il vagare e di cui apprezzo soprattutto la disperata vitalità. E poi gli esponenti della beat generation, in particolare Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e Kenneth Patchen.
GM: E per te, Peter, fra i viventi?
PG: Eh, qui gradirei citare, come fonte letteraria, Massimo Moli settantenne poeta performativo che ancora più mi colpisce per la sua vitalità!
GM: Invece su di te, sin dal titolo Effekappa incombe come un fantasma…
FK: FK sono le mie iniziali ma anche quelle di Franz Kafka, perché c’è una poesia omonima, dove parlo di lui come se lo conoscessi direttamente, quasi una biografia poetica in sedicesimi. Si tratta comunque di un libro dove c’è un mondo personale e portatile fra ricordo, nostalgia, dolore, riso, comicità: ad esempio compongo finti haiku, in cui sbeffeggio lo stile e la lunghezza degli haiku giapponesi, fino a scriverne uno molto lungo su Casa Savoia.
GM: Ma cosa è appunto cambiato nella tua poesia rispetto a Franzwolf?
FK: Effekappa è un percorso più lirico, rispetto alla prosasticità del primo, perché condenso maggiormente il verso. In coda ho inserito H 24 un poemetto in cui parlo del mio infarto di circa un anno fa, di quello che mi è successo immediatamente prima e dopo la malattia; l’ho scritto qualche mese dopo l’infarto, quando stavo meglio, ma ero ancora molto colpito dal fatto: il racconto è drammatico. Però chiudo con una poesia dadaista sull’uomo e la scimmia.
Durante il reading
Francesca Tini Brunozzi: Peter Genito, ti consideri un poeta?
Peter Genito: Ti rispondo per bocca dell’avvocato Genocchio, detto Ginoeuch della famija nuareisa, il quale dice che l’unico poeta a Novara è Cesare Bermani mentre gli altri sono versificatori, ed essendo io in parte novarese, mi considero come tale, un versificatore.
FTB: Tra le tue liriche ce n’è una che ti rappresenta in quanto poeta o versificatore?
PG: Domanda impegnativa; è difficile scegliere, tra le mie, una poesia o più in cui mi identifichi…
FTB: Ma non riesci a cogliere, nei tuoi versi, il tuo manifesto di poetica, quelli in cui dici di più sul fatto di essere poeta?
PG: Forse la poesia XX che ho scritto in occasione della vendita della casa di Milano.
FTB: Peter, chi è che ti ha insegnato la poesia?
PG: Francesca Tini Brunozzi!
FTB: Scioccone! È vero invece ciò che dice il critico Roberto Carnero, che nella prefazione al tuo libro individua riferimenti letterari ben precisi. Sei d’accordo?
PG: Non sempre, per quanto riguarda i singoli autori citati, ma nella prefazione mi sono ritrovato per intero!
FTB: A volte comunque i tuoi riferimenti si individuano abbastanza facilmente.
PG: Sì, certo: nella poesia Ancora ti aspettiamo ho preso il verso “sorridigli ancora signorina” dal cantautore Vinicio Capossela, poi ce ne sono altri ispirati a Renato Carosone, oppure al dialetto, al vernacolo valdarnese…
FTB: Rivolgo anche a te Franz Krauspenhaar la stessa domanda: c’è una tua poesia, nel tuo nuovo libro, che ti rappresenta come un poeta?
FK: Non ce n’è nessuna!
FTB: Leggici almeno quella che ti fa più figo!
FK: Non la mia preferita?
TTB: Vedi tu…
FK: Mi piacciono tutte, quindi leggerò tutto il libro!
FTB: Ora, mi piacerebbe che questa lettura di poesia ve la giocaste tra voi; vi siete letti fra di voi, l’un l’altro?
PG: Io ho persino messo il libro di Franz in acquisto per la biblioteca di Figline Valdarno che dirigo!
FK: Questa è la cosa importante.
PG: E leggere il libro dell’altro è un esercizio di umiltà che mi piace.
FK. Forse abbiamo anche in comune questa solarità meridionale, poi trapiantata al Nord…
FTB: In che senso?
FK: Mio padre, come ho scritto più volte nei miei romanzi, era tedesco, mentre mia mamma è calabrese.
PG: Io invece ho origini sannite, lucane, ma poi c’è anche la Svizzera, Galliate e ora Figline, città di Marsilio Ficino!
FTB: Perché voi due fate poesia se non fa guadagnare soldi? Ci sono motivi personali oggi che vi spingono a scrivere?
FK: Per me è tutto un fatto personale, anche se scrive narrativa, che ha a che fare con il destino, con il passato, con il futuro che incomincio a vedere non più tanto lontano; è sempre un conto che fai con te stesso e con un pubblico se c’è; devi stare tra te e i lettori, non solo per te stesso; devi cercare di interpretare non i lettori perché non sai chi sono e quelli che ti dicono di scrivere per gli altri mentono spudoratamente, perché scrivono solo cazzate, che magari vendono anche tanto, per cercare un compromesso anche storico, nel flusso ininterrotto di sperma, come diceva Ugo Tognazzi, sto citando letterati importanti.
FTB: C’è un fil rouge nei vostri libri?
PG: Forse inconsciamente, perché in realtà sono liriche che ho scritto in un arco di tempo molto vasto…
FK: A parte il poemetto, che ovviamente è molto omogeneo per il tema che svolge, il resto è una raccolta, non un viaggio predeterminato.
FTB: Difficoltà a pubblicare un libro?
PG: Con l’editore abbiamo discusso tanto, era sempre molto attento e ha voluto dire l’ultima sul titolo.
FK: Con gli editori non bisogna essere troppo buoni, ma trattare con durezza, su dieci libri pubblicati io ho cambiato sette editori, evidentemente sto sul cazzo a diversi…
FTB: Torniamo alla domanda che ho fatto a Franz; per te, Peter, che senso ha oggi scrivere?
PG: Nella poesia della cripto-luminoscenza, citavo a proposito Albert Camus, un po’ un guru che ha influenzato moltissimo la cultura di questi ultimi anni; Camus disse che non basta vivere ma occorre un destino, cioè scrivere poesie per dare un senso alla vita; questa è la ragione più nobile, poi io ho anche una ragione prosastica, perché, scrivendo poesie, si possono sedurre le donne; non succede anche a te, Francesca?
FTB: Se funziona anche con gli uomini, forse ho le fette di salame sugli occhi; apro una scuola di poesia, magari… Torniamo seri: ci spiegate gli eserghi all’inizio nei vostri libri?
PG: La dedica è alla famiglia, l’esergo è di Guido Catalano a cui devo molto e a cui voglio molto bene; lui dice che le poesie vano lette ad alta voce, anche se si è soli; riassume anche un po’ il discorso di sentire dentro al nostro cuore, la poesia, conficcata come un palo: l’intuizione è uguale all’espressione diceva Benedetto Croce, sennò sei un cialtrone.
FK: Il mio esergo è un verso della poesia di Gregory Corso Dalla finestra, è una curiosa dichiarazione di vitalismo, poi c’è quella cosa di Pier Paolo Pasolini, citata anche nel suo film La ricotta: giro per la Tuscolana come un pazzo, eccetera con il finale sul dopo-storia, possiede una forza straordinaria preveggente.
FTB: A quale età avete cominciato a comporre poesie?
PG: Mia mamma non sapeva che io avevo avuto nel cassetto delle poesie fin dai cinque-sei anni, e i foglietti sparsi si sono condensati poi nel libro, nonostante i traslochi. E spero di passare il resto della mia vita a scrivere piuttosto che a guardare la tv.
FK: Io invece, fino a cinque-sei anni fa, non ci avevo mai creduto a pubblicare un libro di poesia, ora anche due, poi la lettura di un poeta americano come Mark Strand (tradotto in italiano da Minimum Fax), molto prosastico, mi ha aiutato; ho trovato diversi punti in comune tra le sue e le mie poesie apparse su Franzwolf; ma ora con Effekappa ho cercato di fare altro. Dunque, a differenza di Peter, io ho cominciato molto tardi, peggio tardi che mai, faccio del mio peggio! Succede veramente di tutto nella poesia ed è il bello della poesia perché è una sorpresa continua; insomma lavoro sull’immediato che poi diventa storicizzato dal lavorio continuo.
PG: Lo stesso editore Marco Del Vucchia farà uscire anche dei miei racconti, tra cui uno intitolato Come ho pubblicato senza sborsare un euro, che vuole essere propedeutico per i giovani, che non si facciano fregare dagli squali dell’editoria.
FTB: Come vivete la poesia? Il poeta Dylan Thomas, oltre mezzo secolo fa, sosteneva che l’essenza della poesia è dirci cos’è successo e perché. Per voi è lo stesso?
PG: Per me sì, è così…
FK: Non saprei, forse è un altro modo di comunicare rispetto alla prosa, che ha viaggiato in parallelo.
PG: Bisogna essere nel proprio libro: la poesia è uno strumento di conoscenza!
FK: Non è una decisione che prendo: non ho deciso di fare il poeta a tavolino! Finché non si è convinti di qualcosa, è meglio lasciare perdere! Le scuole di scrittura andrebbero create per disincentivare gli allievi che le frequentano perché vogliono fare i fighi e poi conoscere quelli dell’ambiente giusto…
PG: C’è questa frase che disse Picasso: volevo fare il pittore e sono diventato Picasso; si potrebbe cambiare così: volevi fare il poeta e sei diventato Krauspenhaar.
FK: A parte le battute, scrivo poesie, perché non mi basta vivere.
FTB: Ma il linguaggio può essere un ostacolo alla poesia?
FK: Dalla parola nasce il senso, anche per la narrativa. Il linguaggio è la benzina di tutto quanto, come i colori per un pittore.
PG: Potrei rispondere con una poesia senza titolo in cui dico cos’è per me il linguaggio: complicarsi la vita con il nome, luoghi e personaggi della storia…
[Guido Michelone]
@ Foto di Raffaello Ferone