58 - L'emigrante interiore
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di Guido Tedoldi, 2 febbraio 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

58 – L’emigrante interiore

Cartografia di Maya

«Parto ancora, sai? Ma stavolta mi sa che non torno più. Sono un po’ vecchio per pensare a queste cose.» Il messaggio di Marco mi fa un po’ sorridere: non si è ancora abituato alla vita superlunga, e all’evidenza che potrebbe forse superare i 150 anni d’età. «Vienimi a trovare, dai. Ci beviamo una cosa, parliamo dei vecchi tempi. La mia navetta per la Luna parte tra quattro giorni, poi da lì ci lanceremo verso Giove. Stavolta rimango fuori un bel po’.»
La prima volta che se ne andò via dall’Italia, non lo conoscevo ancora. Studiava, partecipò a un periodo Erasmus in Spagna e rimase là per tre anni come garzone di bottega di un architetto internazionale. Tornò quando la Spagna del primo ministro Aznar quasi collassò sotto i colpi della crisi finanziaria internazionale.
La seconda volta che se ne andò lo conoscevo già. Era incattivito, la crisi mordeva. «Ho letto un pezzo di Luigi Carrozzo su TornoGiovedì», mi disse. Poi tacque qualche secondo. Camminavamo in strada, testa scoperta sotto una nevicata in stile siberiano. All’improvviso si girò verso il muro e diede un pugno. Non portava i guanti, la pelle gelata gli si ruppe sulle nocche. Non sembrò sentir dolore. «Non posso più stare qua» disse, «non so come fai tu ma io non ci sto a farmi insultare ogni giorno da questi padroni di merda che sanno fare un millesimo di quello che so fare io.» Qualche giorno dopo partì per il Brasile, che in quegli anni stava facendo il salto da Paese sfruttabile del terzo mondo a potenza economica mondiale.
L’articolo di Carrozzo me lo sono salvato nella mia libreria personale, anche se conosco a memoria il suo indirizzo web (http://www.tornogiovedi.it/2012/01/chi-vive-sperando-muore-appassendo). Ogni tanto lo rileggo. È una descrizione così precisa e livida, così addolorata. Fa ricordare che il mondo può essere un posto cattivo. Ma mostra anche che al di sotto di un certo livello non ce li puoi spingere gli esseri umani. Arrivati a un certo punto, o li ammazzi o essi risorgono. E quella volta non riuscirono ad ammazzarci.
La terza volta che Marco se ne andò fu alcuni decenni dopo. In Brasile aveva aperto uno studio di architettura, ed era tornato a Milano per dirigere la costruzione della metropolitana dei Navigli, il treno dentro l’acqua che è un’attrazione per turisti oltre che una delle fonti di reddito odierne della città. In quel periodo eravamo adulti e realizzati, parlavamo in continuazione dei nostri progetti visionari. Finì quando mi disse che l’Italia era diventata troppo un mortorio culturale, «vieni in India, ho vinto l’appalto per costruire il tempio galleggiante nel delta del Gange, con luoghi privati di preghiera a 200 metri di profondità. È una cosa molto mistica, dai che ci divertiamo». Lui si divertì sicuramente. Anche io, restando.
Adesso se ne va su Giove. Cioè, in effetti rimarrà in orbita intorno al pianeta, per coordinare la costruzione di una superstazione che potrebbe sostenere più di centomila persone. Le materie prime le prenderanno da Giove stesso e dalle sue lune, e una volta costruita la superstazione… be’, qualcosa da farci la troveranno. Ma rimarremo in contatto, lo so. Anche se lui non mi perdona di non essermi mai schiodato da casa. Lui che se parte con la mente, poi le va dietro con tutto il corpo.

[Guido Tedoldi]
 

@ Foto di Raffaello Ferone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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