61 - Pompei come dovere morale
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di Guido Tedoldi, 27 febbraio 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

61 – Pompei come dovere morale

Cartografia di Maya

Sono a Pompei. Piani di realtà dentro piani di realtà dentro, be’, altri piani di realtà. Sto seguendo un gruppo di visitatori degli scavi archeologici, camminiamo ordinati sulle passerelle seguendo la nostra guida turistica – una ragazza che come minimo ha frequentato un paio di master e potrebbe illustrarci quello che vediamo nella lingua che si parlava qui all’epoca dell’eruzione nel 79 dopo Cristo: un latino con accenti italici meridionali. E forse lo sta facendo, ma io ho l’auricolare fornito all’ingresso e quindi sto ascoltando in italiano standard contemporaneo, e l’assistente elettronico di doppiaggio non sembra nemmeno tanto fuori sincrono.
Quello che vedo qualche metro sotto i miei piedi, dal vero, è quasi deprimente. Ruderi, muri crollati, colonne cadute scompostamente e mai risistemate. Conservare Pompei, agli occhi di tutto il mondo, è un dovere morale. Agli occhi di chi negli ultimi anni ha avuto il compito di farlo… no. Con tutta evidenza, no.
Alcuni dei miei compagni di visita non possono sopportare questo stato di cose, e non sono qui con lo sguardo e con la mente: all’ingresso hanno preso gli appositi occhiali per la realtà aumentata e stanno guardando le costruzioni com’erano. I muri tutti in piedi, con le pareti che a comando possono diventare trasparenti in modo da poter vedere cosa c’è dietro – gli affreschi, gli arredi, gli strumenti d’uso quotidiano. Le armi e le armature, anche, perché il posto al quale ci stiamo avvicinando era la scuola d’armi dei gladiatori, e come dice la guida possiamo paragonarla a una palestra dei giorni nostri… solo senza le macchine, ovviamente, sebbene anche i romani conoscessero attrezzi per l’addestramento marziale di una raffinatezza che i secoli successivi non avrebbero conosciuto fino all’età moderna. O forse erano addirittura più avanti, perché l’eruzione ha distrutto parecchie cose e nemmeno nella nostra epoca così avanzata abbiamo ancora compreso la funzione di certi oggetti.
Qualche informazione in più potrei trovarla con il mio personal scandagliando tra banche dati esterne. Non voglio farlo, non adesso. Essere qui significa respirare la stessa aria, confrontare dal vivo gli stessi colori e gli stessi rumori che c’erano qui tanti secoli fa. O forse no. Venti secoli fa la composizione chimica dell’aria era diversa, le industrie e i motori non esistevano, la flora e la fauna erano molto diverse.
Nelle banche dati le informazioni sull’antica Pompei sono numerosissime. Ore e ore di video, di ricostruzioni, di analisi approfondite. Quasi niente di provenienza italiana, soprattutto se si cercano informazioni degli ultimi anni. Gli italiani si sono smarriti, negli ultimi anni. Quelli che ne sanno di più di Pompei sono gli orientali. A Shanghai c’è un parco culturale con la città ricostruita più originale dell’originale, visitata ogni anno da milioni di persone che possono rivivere in parte anche l’emozione dell’eruzione. A Kyoto c’è un intero dipartimento universitario dedicato all’epoca romana. A Dubai ci sono appartamenti all’interno degli hotel che possono essere arredati, a richiesta, come le ville di qui.
Il gruppo di visitatori mi sta lasciando indietro. Io sono a pochi metri da un custode, seduto con tanto di divisa d’ordinanza su una sedia di plastica. Guarda nella mia direzione ma non mi vede: è impegnato in una conversazione telefonica. Lui non è qui. Per lui Pompei non esiste né è mai esistita.
 
[Guido Tedoldi]
 

@ Foto di NAYEEM

 

 

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