Lisetta aveva lavorato al bar, poi aveva fatto la cassiera al supermercato, poi non l’aveva voluta più nessuno, era alta e magra, era stata bella, ma non lo era più, la sua fronte era un groviglio di rughe, sembrava che avesse addosso l’agitazione dei gabbiani.
Entrava tutti i pomeriggi nella cabina del telefono, una vecchia cabina coi vetri screpolati affacciata sul piazzale della chiesa, vicino all’insegna dell’unica banca della borgata, e stava lì, ogni giorno, incorniciata nella luce lattiginosa dei vetri. Con una mano si tirava giù la gonna nera, sempre la stessa, su un paio di calzettoni bianchi che le arrivavano al ginocchio, aveva colonizzato la cabina, che ormai aveva il suo odore fino a sera, tirava fuori una manciata di spiccioli e componeva il numero, aspettava, finché non arrivava una voce dall’altra parte.
– Amore, – diceva. – Sei tu? Amore?
Si guardava attorno, era carnevale e c’erano mucchi di coriandoli colorati che svolazzavano quando passavano le macchine sulla strada, ma non era mai il suo amore. Iniziava a parlare pianissimo, dando le spalle alla strada, un sussurro, cercava di mantenere un tono di voce tranquillo, ma durava poco, poi cominciava a strillare, a bestemmiare, perché non era il suo amore, e perché qualcuno tentava di spiegarle che non doveva chiamare quel numero ogni giorno, che così facendo si sarebbe fatta più male che altro, e che avrebbe fatto meglio a tornarsene a casa.
Allora sbatteva la cornetta, usciva dalla cabina, raccoglieva qualche sasso e lo scagliava contro i ragazzi che aspettavano l’autobus per Roma, e c’era sempre per lei un “Va a mori’ ammazzata!”, pure da quelli che ancora se la ricordavano dietro il banco del bar a infilare schedine nella macchinetta del totocalcio.
Allora Lisetta fingeva di allontanarsi da lì, di andare altrove, e invece dopo qualche minuto ritornava, di nuovo nella cabina, di nuovo con gli spiccioli, di nuovo con quella solfa: “Sei tu, amore? Alfredo?”.
Un giorno si fece vivo il prete, bussò al vetro della cabina e la invitò a uscire per fare due passi sul piazzale della chiesa, lei sgranò gli occhi.
– Con chi parli sempre al telefono? – chiese il prete.
– Con l’amore mio lontano che non mi fanno vedere.
– Chi è l’amore tuo lontano?
– È Alfredo.
– E chi sarebbe questo Alfredo?
Rimase zitta e non parlò più.
Finito il carnevale, Lisetta sparì. Dicevano che fosse andata via con uno ancora più disperato di lei, un ex professore di filosofia che era diventato pazzo e che abitava in una roulotte in campagna. Aveva fatto testamento, aveva scritto al fratello che abitava a Napoli, gli aveva scritto di andarla a cercare se fosse successo qualcosa di nuovo, se il tribunale, se Alfredo, se l’amore suo lontano, se.
Ma suo fratello che abitava a Napoli non si sarebbe mai fatto vivo. Forse nemmeno esisteva nella verità di questo mondo, forse. Nessuno in borgata sapeva niente di questo fratello, lo aveva tenuto nascosto, come Alfredo, otto anni prima, quando faceva la cassiera, quando il padrone del supermercato l’aveva aspettata alla fine del turno, quando l’aveva portata in fondo al magazzino, quando dietro le scatole dei fagioli, quando il vestito, quando poi si era nascosta, quando poi lui l’aveva licenziata, quando le era cresciuta la pancia, quando “tua è la Terra e tutto ciò che è in essa”.
Dicono che lei e l’ex professore pazzo rubarono una macchina, presero l’autostrada che costeggiava il fiume, era una giornata tiepida di fine inverno, c’era il sole, e nella macchina entrava una bella arietta gelata. Erano di nuovo dentro a qualcosa, che si può chiamare con molti nomi, ma nessuno è quello giusto, quello definitivo.
[Andrea Pomella]
@ Foto di Francesco Di Lisa
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