La prigione grande quanto un paese (episodio 4)
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di Marco Drago, 9 febbraio 2012
Nome: Marco
Cognome: Drago
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Bio: Marco Drago è scrittore, autore e conduttore radiofonico. Ha pubblicato "L'amico del pazzo" (Feltrinelli 1998), "Cronache da chissà dove" (minimumfax 2000), "Domenica sera" (Feltrinelli 2001) e "Zolle" (Feltrinelli 2005). È stato fondatore e direttore della rivista letteraria "Maltese Narrazioni". Attualmente lavora come autore e conduttore di "Chiedo asilo" su Radio24.

La prigione grande quanto un paese (episodio 4)

La storia polacca, sentita raccontare da un polacco

 

4.
A un certo punto attaccai discorso in tedesco con un polacco rosso di capelli, occhialuto e dall’aria noiosa: Grzegorz. Per evitare di fare facce brutte ogni volta che lo chiamavo, avevo optato per un cialtronissimo “Gregor”. Grzegorz Lato, mi divertivo ad appellarlo, citando l’ala calva della Polonia ’74. Lui aveva più l’aspetto di un Boniek che di un Lato e la sua loquela era quella di un traduttore automatico. Faticava da bestie a parlare il tedesco, ma riusciva a incasellare tutte le parole giuste al posto giusto con una pronuncia meccanica senza alcuno sforzo di adottare una parvenza di cadenza tedesca. Parlava anche tre minuti di fila sempre cercando le parole annaspando e dopo dieci secondi io mi perdevo e non capivo nemmeno più di che cosa stesse parlando. Dopo aver parlato due minuti aggiungeva “werden” o “wird” o “wurde” alla fine della frase. O “mit” o “sein”. A me faceva ridere perché quei “werden”, “wird”, “wurde”, “mit” e “sein” non ricordavo minimamente a quale verbo si riferissero. La sua ossessione era la Polonia. La storia della Polonia. Credo che essere polacchi e avere un’ossessione per la storia della Polonia sia più o meno la stessa cosa. Un polacco minimamente dotato di intelletto non può non coltivare un’ossessione per la tormentata storia della sua nazione. Grzegorz, nel 1989, avrà avuto una ventina d’anni, forse ventidue. Solidarnosc era successo quando lui era ragazzino, la caduta del Muro era ancora fantascienza, l’ombra dei tank sovietici si era avvicinata moltissimo e quell’ombra aveva fatto tornare a galla la storia della Polonia in tutte le casse toraciche e i crani dei polacchi. Giovani e vecchi. Colti e ignoranti. È un fatto genetico. Trovandosi per quel periodo in Germania, in quella parte della Germania più umiliata dalla divisione postbellica, Grzegorz non smetteva di rimuginare sull’invasione della Polonia a opera di Hitler e sulla successiva prigionia sovietica.
L’impotenza e la frustrazione della Polonia riverberavano sui suoi opachi capelli ispidi e color filo elettrico. Si concedeva due o tre bottiglie di Brillant, l’unica birra della DDR che si trovava dappertutto, probabilmente l’unica birra della DDR ogni sera. Gli offrivo la cena in un ristorante azero su Karl Marx Strasse e mi sorbivo la sua impotenza e la sua frustrazione polacche.
“Noi polacchi non abbiamo mai potuto determinare un bel niente. Sempre i russi o i tedeschi. Sempre i russi e i tedeschi.” Che poi quelle cose lì le avevo anche studiate a scuola, ma me le ero dimenticate. La storia polacca, sentita raccontare da un polacco, è tutta un’altra cosa e difficilmente mi toglierò dalla mente la figura drammatica di Grzegorz. La sua evidente incapacità di essere fascinoso, la sua serietà acida, da vecchio, la sua rigidità di fronte all’esuberanza degli studenti esuberanti, tutto faceva di lui il perfetto esempio di amico da non frequentare durante una vacanza studi in un campus pieno di belle ragazze esteuropee.
 
 
[Marco Drago]
 
@ Foto di  Francesco Di Lisa

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