Leggendo “Il principe è morto cantando”
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di Sara Calderoni, 20 febbraio 2012
Nome: Sara
Cognome: Calderoni
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Bio: Sara Calderoni, scrittrice e critico letterario. Ha collaborato con la rivista Ca’ Granda e con diverse case editrici. In particolare per Àncora Editrice nel 2006 ha curato il testo Ivan Illich, una voce fuori dal coro. Dal 2004 collabora con la rivista di critica letteraria Otto/Novecento, pubblicando recensioni e saggi. Uno dei titoli: Le poesie politiche di Gabriele Rossetti; è autrice del racconto "Anomalia di uno sfratto" (edizioni Otto/Novecento). Al momento in lettura un suo libro per bambini: Gli Orsi di San Pietroburgo.

Leggendo “Il principe è morto cantando”

Un libro di Andrea Caterini, edito da Gaffi editore

 

«Ho sempre pensato che la critica fosse un’irrimediabile autobiografia», sono queste le parole con cui si apre il libro di Andrea Caterini Il Principe è morto cantando (Gaffi editore, 2011). Con tale affermazione Caterini non soltanto dichiara la propria indipendenza da qualsiasi metodo critico oggettivo (che per un giovane nato negli anni Ottanta vuol dire anche sentirsi ormai affrancato da un passato pesante di ideologie), ma soprattutto accetta la sfida di un’avventura personale in qualità di lettore.
Si tratta di un’insopprimibile spinta vitale a cercare in ciò che è altro da sé – cioè nei personaggi oggetto di indagine – per trovare di sé quella parte in ombra (negata, rimossa, ignota o perduta) senza la quale non si può accedere al mistero della vita.  Leggere un romanzo con questa tensione significa investire i personaggi (e con essi i loro autori) di una domanda essenziale, da attraversare fino al punto in cui si nasconde il dèmone, il doppio, che con il suo lato riflessivo ci attira per mostrarci la verità di ciò che siamo.  
Ecco allora che il critico mi pare scelga una forma da orfani – perché questo è in fondo ogni autobiografia – per intraprendere un viaggio eroico alla ricerca di un’origine, di un’appartenenza, per riconoscere la propria identità. E’ infatti incontrando il personaggio, secondo una modalità riflettente e speculare, che si verifica quello scambio attraverso il quale aderire alla propria singolarità e «riconsegnarsi» così «al mondo» testimoniando una visione, nel modo più poetico.
Enzo Siciliano, di cui Caterini attesta una paternità di pensiero, in Autobiografia letteraria sosteneva che:
 
Un libro, anche per un critico, non potrà mai essere soltanto un libro. Negare l’autobiografismo di ogni nostro gesto significa impossibilitarsi al collettivo, alla responsabilità del collettivo. Significa, cioè, negarsi all’unico vero rapporto col diverso, – rapporto che non può nascere mettendo tra parentesi quel che noi siamo. Presumere di cancellare, in qualunque rapporto, la propria persona non ha che un significato letterale: suicidarsi.

In questa dualità soggetto-opera va preservato insomma proprio il rapporto, la relazione, in cui nessuno dei due termini si dovrebbe annullare nell’altro; qui al contrario dall’altro si dovrebbe accettare quella provocazione che chiama il critico ad una responsabilità, ad un’etica che non risponde a precetti morali o ideologici, ma, insita nel carattere come potenziale, è sollecitata all’esteriorizzazione: verso l’opera cui restituire il valore di unicità e verso il lettore cui garantire il valore di un’esperienza realmente vissuta.
Il libro è diviso in quattro parti –“La coscienza”, “La figura”, “La storia”, “La scoperta” –  ciascuna delle quali presenta una coppia di autori (in ordine: Dostoevskij-Moravia;James-Siciliano; Dickens-Tomasi di Lampedusa; Conrad- Quarantotti Gambini) attraverso cui Andrea Caterini incontra la storia dei personaggi da lui scelti per conoscere pertanto la propria.
Il percorso esplorativo è segnato ovunque dalla modalità del duale: il doppio della natura di ogni azione, fra assenza e presenza di Dio, fra pienezza della fede e vuoto della coscienza, del dostoesvkijano Stravroghin, per esempio; o le contraddizioni di Moravia che vuole «ripetere» nel presente  «l’ossessione» di un male «già stato» perché resti aperta e visibile la ferita, e non sia disincarnato il legame con una realtà, sempre uguale a se stessa, amata e ad un tempo odiata. Altro movimento binario è quello fra realtà e immaginazione in Dickens dove gli elementi possono benissimo scambiarsi di ruolo: «le cose che non capitano mai sono assai sovente più reali per noi, nei loro effetti, di quelle realmente accadute» – cioè i fatti immaginati, come fatti di memoria, possono contribuire al completamento di una visione, di un carattere; o la dualità ombra-estraneità / luce-rivelazione che permette a James di ritrarre i suoi personaggi rivelandone la figura a romanzo compiuto; «senso della figura» che prende a prestito anche Enzo Siciliano mimetizzandosi a tal punto da creare lo scontro autore-personaggi perché ne emerga infine un autoritratto.
Caterini indaga anche il rapporto presente-passato in Quarantotti Gambini (autore non sufficientemente valorizzato dalla critica) che affida alla memoria il compito di organizzare ciò che è alla luce di ciò che è stato. Il personaggio di Paolo Brionesi in Tre bandiere (che apre il ciclo de Gli anni ciechi) torna alla terra di origine non per ascoltare la propria nostalgia, ma per lasciar risuonare il passato nel presente, per vivificare di senso il presente: «per non morire tra i vivi».
Ad Andrea Caterini non interessano tanto i rapporti di causa effetto, ma le corrispondenze, le risonanze, «la variante» piuttosto che «il variare»;è altresì attirato dall’ambiguità a cui si apre ogni esperienza, dall’ambiguità come sola possibilità di chiarezza, e da quei contrari che non si escludono a vicenda, né si sintetizzano, ma in cui «ogni termine diventa mezzo per andare fino in fondo all’altro, seguendo tutta la distanza» (come ci fa ben comprendere Deleuze rileggendo anche Nietzsche). Distanza che il critico vuole percorrere fino all’ultima dualità vita-morte, quella in cui siamo vita e siamo contemporaneamente morte. Perché è lì che si gioca la nostra più profonda verità, è lì che, nudi, possiamo «trattenere l’immagine» della nostra doppiezza o rifiutarla come fa lord Jim sulla «nave del dubbio», diventando estraneo a se stesso.
Insomma, Il principe è morto cantando è uno di quei libri da leggere interrogandosi a più livelli: su cosa significhi fare critica, su cosa chiediamo ad un libro come esperienza da attraversare, su chi siano realmente i personaggi per noi, su cosa voglia dire incontrare l’alterità che è mistero e che in ultima istanza ci pone inevitabilmente faccia a faccia con l’assoluto. E infine sull’immaginazione come luogo di realtà che oggi raccoglie la ricostruzione del tempo, della Storia, e dove allora oggi mi pare sia più che mai importante depositare il senso e il valore della nostra evoluzione.
 
Se in più di mille pagine ho prodotto un sosia, era perché io non c’ero, non ci volevo essere: adesso ci sono. […] Adesso che Dio mi ama, non ho più bisogno di esibirmi. (Walter Siti, Troppi paradisi)
 
[Sara Calderoni]
 
@ Foto di  Laura Coduri
 
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