Olympos
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di Giorgio Ieranò, 2 febbraio 2012
Nome: Giorgio
Cognome: Ieranò
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Bio: Giorgio Ieranò, giornalista, scrittore e docente universitario, insegna Filologia e Letteratura greca all'Università di Trento. Tra i suoi libri più recenti "Arianna. Storia di un mito" (2007) e "La tragedia greca. Origini, storia, rinascite" (2010).

Olympos

Un’anteprima – Sonzogno editori

Erano una compagnia poco raccomandabile. Rissosi e crudeli, violenti e bugiardi, traditori e ruffiani, esagerati nell’odio come nell’amore, smisurati nel furore come nella passione. Erano veri mascalzoni, capaci di ogni nefandezza. Si azzuffavano in continuazione. Non si contavano i litigi, le ripicche infantili, le vendette feroci. I mariti picchiavano le mogli, le mogli si facevano sorprendere dai mariti nel letto di un altro. Insomma, l’Olimpo, il favoloso monte coronato di nuvole dove abitavano gli dei antichi, sembrava un condominio di matti. E questo era quello che succedeva tra le divinità. Non parliamo invece di quello che le divinità combinavano agli esseri umani. Potevano schiantarli con un gesto crudele e distratto, annientarli per un capriccio, calpestarli senza neppure accorgersene, come si uccide una formica o si recide un fiore.
Forse facciamo fatica a vedere gli dei dell’Olimpo sotto queste spoglie. Perché magari i nostri ricordi della scuola sono diversi. Perché qualche libro molto pedante e molto serioso ce li ha raccontati in un’altra maniera. Perché spesso ce li hanno presentati come personaggini ammodo, cicisbei ben pettinati, tutti solenni nel gesto, sublimi nel pensiero, austeri e di solidi principi. Ma questo è un altro dei molti casi in cui è bene non fidarsi dei pedanti. Molto meglio andare alle fonti, tornare ad abbeverarsi alla sorgente sempre fresca dei racconti antichi.
Ora gli dei dell’Olimpo sono rinchiusi nelle prigioni dei musei. Ma è evidente che, fra quelle mura, ci stanno stretti. Fateci caso: a volte, quando si entra in un museo, a Roma o ad Atene, non avete l’impressione che ci stiano osservando? Le loro statue sembrano animate da una vita segreta. Una scintilla di tempi perduti è ancora accesa in quelle carceri di marmo o di bronzo. I loro gesti immobili indicano qualcosa, come segni misteriosi che alludono a eventi ormai dimenticati. Le labbra mute conoscono parole che noi ignoriamo. Intorno a loro palpita ancora un mondo di leggende millenarie, turbina un vortice di storie favolose. Ma chissà se poi si accorgono della nostra presenza. Gli dei sono sempre stati egoisti e di noi, poveri umani, non gli è mai importato molto. Se davvero vivono ancora, dentro i loro simulacri, di certo abitano un mondo remoto, distanti da ogni dolore terreno. E magari anche nella penombra dei musei, senza che noi ce ne accorgiamo, continuano a insultarsi e a litigare come facevano quando abitavano sulla vetta dell’Olimpo. Forse non c’è più nessuno che creda alle loro favole, se non i bambini o qualche spirito bizzarro. Ma questo, di sicuro, non li tocca. Perché loro sono gli immortali.
Mentre passano le comitive turistiche e le scolaresche, fermiamoci per un attimo a guardarli. Lo sguardo scorre da una statua all’altra, dai volti barbuti ai pepli femminili, dai muscoli guizzanti ai seni rotondi. Eccoli, gli dei dell’Olimpo. Ecco Zeus, il padre Giove dei romani: sembra pronto a incenerire l’universo con il fulmine che tiene in mano. Afrodite, o Venere se preferite, esce dal bagno e si copre i fianchi fingendo vergogna, proprio lei che è la più svergognata di tutte le divinità. Dioniso, ovvero Bacco, ride di un riso ebbro e demente, mentre tiene tra le mani un grappolo d’uva. Posidone, il Nettuno romano, signore del mare e degli abissi, bilancia il tridente e osserva un punto lontano nell’orizzonte, che solo lui sa vedere. Il girotondo degli dei dell’Olimpo ha qualcosa d’inquietante e di beffardo. Ci stanno forse prendendo in giro? Ridono di noi, uomini razionali e progrediti? Forse hanno scoperto che, in realtà, non siamo poi così razionali e progrediti come crediamo di essere?
Queste statue un tempo erano colorate. Se oggi i marmi dell’antichità sono bianchissimi è solo un effetto del tempo: i colori sgargianti che li ricoprivano si sono sbiaditi. Una volta queste statue splendevano di rosso e di azzurro, erano accese di oro e di porpora. Ora sono soltanto i simulacri di uno splendore perduto. Nel vuoto degli sguardi delle statue, nel cavo marmoreo delle pupille, si nasconde un enigma. Ma quale? Cosa raccontano davvero queste figure? Chi erano veramente gli dei dell’Olimpo quando non appartenevano agli studiosi ma ai poeti e alla gente comune? Una volta le loro storie non erano solo proprietà degli eruditi: erano i racconti favolosi che le balie narravano ai bambini davanti al fuoco, le mirabolanti imprese che, nei giorni di festa, si andava tutti insieme ad ascoltare, un po’ come oggi si va al cinema. Erano le storie che ti facevano divertire e immalinconire, piangere e ridere. Che ti aiutavano a riflettere su te stesso o viceversa a dimenticarti di te stesso per un attimo, quell’attimo che bastava per sentirsi un po’ meno infelici. Com’erano, insomma, gli dei dell’Olimpo, quando erano ancora a colori?
Le divinità dell’Olimpo ci appartengono da sempre, da ancor prima che il supremo poeta dell’Occidente, Omero, cantasse l’avventura della guerra di Troia e i duelli di Ettore e Achille. Per secoli, per millenni, gli uomini hanno ascoltato le storie degli antichi dei e se le sono raccontate in tante e diverse maniere, a volte con animo devoto, a volte con affettuosa ironia. Gli antichi potevano prenderle terribilmente sul serio o anche riderci sopra, perché una volta sui santi si poteva scherzare. Prendere in giro l’Olimpo e tutti i suoi abitanti era una delle attività più diffuse tra gli scrittori, come sa chiunque abbia letto quei capolavori di comicità che sono le commedie dell’ateniese Aristofane oppure quei piccoli gioielli d’ironia che l’arguto Luciano, al tempo degli imperatori di Roma, ha raccolto sotto il titolo di Dialoghi degli dei […]. I più semplici prendevano il mito alla lettera, mentre i filosofi vi cercavano significati nascosti e sublimi, simboli e allegorie. Tutti, comunque, amavano di un amore sincero le favole degli dei dell’Olimpo. La loro presenza era necessaria per il mondo. Ogni cosa, ogni animale, ogni persona portava il loro segno. […]
Tra i popoli stranieri, i primi a essere sedotti dalla religione greca sono stati i romani che subito trovarono nelle figure della loro umile e rustica religione indigena il corrispondente per ciascuna divinità dell’Olimpo: Zeus = Giove, Era = Giunone, Afrodite = Venere, Ares = Marte, Efesto = Vulcano, Atena = Minerva, Posidone = Nettuno, Ermes = Mercurio, Demetra = Cerere, Artemide
= Diana (mentre Bacco e Apollo mantennero il loro nome greco). Ma poi si sa come andò a finire. Nelle vaste regioni dell’impero romano, la fede in un dio diverso, venuto dalla Galilea, un dio umile, fattosi uomo e sceso sulla terra come figlio di un falegname, spazzò via nel giro di non molti decenni l’antica devozione per l’Olimpo.
Ci fu chi tentò di salvare le divinità pagane, chi cercò eroicamente di navigare controcorrente, opponendosi all’irresistibile fiume della storia. L’ultimo paladino delle divinità olimpiche fu forse l’imperatore Giuliano, passato alla storia come l’Apostata, “il Rinnegato”. Discendeva dalla stirpe di Costantino, il primo e il più celebre degli imperatori cristiani, il soldato rozzo e ignorante, ma astuto e lungimirante, che aveva abbracciato il cristianesimo per motivi politici. Giuliano sognava un mondo in cui tutti potessero credere ancora nella religione dei padri: in cui Atena e Zeus, il Padre Sole e la Gran Madre Cibele governavano la vita degli uomini. Credeva in quei miti che, come scriverà un suo amico, il letterato e generale Salustio, «non furono mai ma sono sempre». Si sforzava di restaurare gli antichi templi, si affannava a celebrare sacrifici secondo il rito tradizionale, sgozzando schiere di animali sugli altari, tra fumi d’incenso e libagioni di vino.
Giuliano non era un fanatico né un superstizioso, anche se era irresistibilmente attratto da ciò che noi oggi definiremmo il paranormale e intorno a lui si aggiravano maghi, santoni e ciarlatani che sostenevano di poter evocare gli spiriti e dialogare con i demoni. Giuliano era innanzitutto un filosofo che, nella religione degli antenati, trovava profondi insegnamenti morali e spirituali. Il suo tentativo di restaurazione del paganesimo fu comunque effimero. Egli regnò solo venti mesi e morì, a 32 anni, il 26 giugno del 363, mentre combatteva contro i persiani. Da allora in poi, il destino degli dei dell’Olimpo era segnato: scomparire dai cuori e dalla storia degli uomini.
Tuttavia avvenne qualcosa che forse nessuno aveva previsto. I templi delle antiche divinità crollarono, la religione pagana fu proibita. Ma gli dei dell’Olimpo riuscirono a restare tra noi. Sopravvissero alla fine del politeismo. Il mondo sembrava non potere fare a meno delle loro favole. Anche il cristianissimo Dante, che deprecava gli dei “falsi e bugiardi”, chiedeva ispirazione alle antiche Muse. Nel corso dei secoli, soprattutto dal Rinascimento in poi, le figure delle divinità olimpiche sono tornate a moltiplicarsi sotto forma di statue e dipinti. Erano presenze che appartenevano alla vita quotidiana degli aristocratici. Alfonso D’Este, lo sguaiato principe di Ferrara che tradiva con qualsiasi servetta la sua coltissima moglie, l’infelice e calunniata Lucrezia Borgia, si rintanava in un camerino dove su ogni parete trionfavano le immagini del dio Dioniso. Mentre gli amori di Zeus restano ancora dipinti in tanti affreschi delle magnifiche ville settecentesche in cui i patrizi veneti conducevano la loro dolce vita. Ma non solo per gli aristocratici le divinità olimpiche erano presenze familiari. Pensate all’astrologia, a come le influenze dei pianeti vengano ancora oggi descritte attraverso i caratteri delle divinità pagane: senza la mitologia antica, cosa significherebbe per noi avere Saturno contro o Giove positivo?
Gli dei dell’Olimpo, insomma, non ci hanno mai abbandonato. Sono i nostri padri ma anche i simboli di ciò che noi siamo ancora oggi. I nostri antenati ma anche i nostri compagni di strada. Ci hanno seguito attraverso i secoli, con le loro storie e le loro favole. Guardiamoci intorno: sono ancora dappertutto. Atena, la dea della Sapienza, torreggia, con la lancia in una mano e lo scudo nell’altra, nei cortili delle università. Mercurio ci sfreccia davanti, stampato su un camion, incorniciato nel logo di una ditta di trasporti o nel marchio di una società che consegna fiori a distanza. Bacco, incoronato d’edera o di grappoli, ci osserva dall’etichetta di una bottiglia di vino. Nettuno fa la pubblicità del tonno in scatola.
 
[Giorgio Ieranò]
 
@ Foto di NAYEEM

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