63 – Di corsa e tutti quanti
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di Guido Tedoldi, 12 marzo 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

63 – Di corsa e tutti quanti

Cartografia di Maya

 

«Non sei qui con noi. Peccato. Quest’anno abbiamo superato il record di 100˙000 partecipanti. È bellissimo». Il messaggio mi è arrivato sul personal, ma stavo già guardando le immagini sul sito web. La maratona dei marines, a Washington è una festa di popolo, e ci sono andato anche io diverse volte. Ma stavolta no, voglio correre da solo. Senza scarpe ultratecnologiche, senza controllo del tempo, senza nemmeno controllo della distanza. Corsa libera, per sentirmi bene e permettere alle endorfine di fare il loro mestiere stordente. Seguirò il naviglio, misurando a spanne con i cartelli della pista ciclabile e le mie sensazioni. E tornerò a casa fra tre o quattro ore, non di più.
Non ho nemmeno voglia di correre a realtà aumentata, con nelle orecchie il rumore dei 200˙000 piedi di Washington. Saranno in molti a farlo, in diverse parti del mondo. Come essere sul posto e partecipi all’evento senza esserci fisicamente. Ci sono state edizioni in cui nelle varie basi dei marines ci sono stati più runner di quelli presenti nel punto d’origine. Posti di freddo intenso, di pioggia, di sole. Posti in cui si corre di notte invece che la mattina presto pur di correre in contemporanea tutti quanti.
Poi ci sono le room in cui lo sforzo lo fanno gli avatar, e le palestre dove ci sarà chi si allena sulle macchine. È una cosa così, una mania collettiva. Chi vuole stare in salute, sa che lo sport è la medicina migliore.
«Wowowowow, riesco a mettermi in movimento!». Altro messaggio sul personal. Quando si è così tanti esseri umani compressi nello stesso tratto di strada, la partenza della corsa non è quando si sente il botto del cannone: bisogna prima lasciar smaltire quelli che sono davanti. L’ultima volta che ci sono andato io, ero oltre la metà del gruppo. Non ero stato abbastanza veloce e comprare il pettorale e sono finito nel pieno della mandria. Ero nei pressi di un gruppo di giocatori di poker online, e fecero in tempo a farsi spennare in qualche decina di tornei prima che riuscissimo tutti ad avere spazio a sufficienza per correre. Intorno a loro s’era formato un capannello di persone, che li osservava giocare in religioso silenzio – per quanto possa essere silenzioso un capannello in mezzo a decine di migliaia. Lì anche il solo respiro collettivo ha un rumore, lo scalpiccio e il chiacchiericcio generano in più una potenza sonora da aeroporto.
Io sto correndo da diversi minuti ormai. Ho cominciato a sudare il giusto, il ginocchio operato si fa sentire ma nemmeno tanto, forse basterà la ginocchiera gelata a permettermi di arrivare in fondo senza disagio. Se farà troppo male, basterà la pomata anestetizzante che ho con me. In ogni caso non ho preso un’andatura troppo veloce. Il personal mi comunica che sono ancora al di sotto della prima soglia di consumo degli zuccheri. In altri tempi, quando mi piaceva partire come una scheggia, quella soglia la superavo prima del secondo chilometro.
Il personal mi comunica l’arrivo di una foto, con didascalia: «Davanti sono caduti! Qui facciamo notte!». Non rispondo che avrebbero fatto notte in ogni caso, visto il loro stato di forma precario… direbbero che sono acido. Invece sono tranquillo. L’aria è profumata. Le endorfine cominciano a scorrere. È la bellezza di essere vivi.
 
[Guido Tedoldi]
 
© Foto di Raffaello Ferone

 

 

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