64 – Ragazzi di oggi noi
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di Guido Tedoldi, 19 marzo 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

64 – Ragazzi di oggi noi

Cartografia di Maya

 

«Non dirmi cosa devo fare o non fare. Lo so da me! E lo so meglio di te!». Non ha aggiunto termini come «vecchio rincoglionito», ma mi pare di aver percepito quanta voglia avesse di farlo, quanta rabbia repressa la scuota quando si lascia andare. La posso immaginare, seduta alla scrivania della sua camera, mentre con il personal scandaglia il web alla ricerca della propria fitness emotiva. Da quella camera non esce da due anni, mi ha detto suo padre. «Prova a parlarle tu», mi ha detto anche, «perché con me non lo fa più. Ero rimasto l’unico in casa con cui ogni tanto aveva rapporti verbali, dopo quella superlitigata con sua madre da cui noi abbiamo pensato fosse scaturito tutto. Ok, con me parlava attraverso la porta chiusa, ma almeno qualche parola la diceva. Adesso mi ringhia contro… credo». Ho messo l’accento su questo fatto del ringhio. «Magari è un software che emette rumori», ha detto, «lei… te la ricordi com’era, da bambina, sempre calma, non diceva una parola in più del necessario. Pensavamo fosse autistica, a un certo punto. Adesso è una hikikomori».
Come una quarantina di milioni di adolescenti in mezzo mondo, gli ho fatto notare. «Sì, e 12 milioni di ultracinquantenni», ha detto lui, «un bel giorno si chiudono nella loro camera come se fosse una cella di prigione e non ne escono più. Mandano altri a fare le spesa, oppure ancora meglio ordinano in negozi del web e si fanno portare la roba a domicilio. E dove non ci arrivano loro, be’, ci deve pensare la famiglia».
Sua figlia, in quella camera, ci lavora anche. Scrive sceneggiature per alcuni fumettisti argentini e trasforma in romanzi i manga di 2 giapponesi. L’ho scoperto facendo qualche ricerca col mio personal… suo padre e sua madre non sono sicuro che lo sappiano. Spesso i genitori sono gli ultimi a venire a sapere certe cose. «Sua madre l’ha accusata di fare la cyberputtana», dice il padre, «e su questo abbiamo litigato. Credere la tua stessa tua figlia capace di fare certe cose è difficile da mandar giù…». Però se me lo dice abbassando gli occhi in quel modo, come se fosse lui a doversi vergognare, mi fa pensare che anche lui lo pensi. «Sai quanto ha guadagnato il mese scorso?», domanda lui, «quasi il doppio di me. E tu lo sai che io non faccio un lavoretto».
Ho lasciato aperto l’audio della chat sul mio personal, così lei può ascoltare quello che dice suo padre, sebbene e in certi momenti sussurri solamente. Non sono sicuro che lei abbia lasciato aperto il canale – lo schermo del mio personal mostra l’icona della webcam spenta. Dico che nella nostra epoca gli hikikomori non sono più come i ragazzi giapponesi di inizio XXI secolo, che si diedero quel nome usando la parola che nella loro lingua significa «isolamento». A quell’epoca il web non era ancora sviluppato come oggi, e chiudersi fisicamente in casa e non uscire mai più poteva sembrare una forma di reclusione. Oggi c’è molta più vita in rete che fuori, e soprattutto c’è molta più dignità. La dignità che ognuno si costruisce.
Nello schermo del personal l’icona della webcam non si anima. Nel corridoio di questa casa, davanti alla porta sbarrata della camera di sua figlia, un padre emette un singulto. I ragazzi di oggi hanno altri modi, tutti loro, di essere.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di  Raffaello Ferone

 

 

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