67 –  La console che mi diede la cintura nera
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di Guido Tedoldi, 16 aprile 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

67 – La console che mi diede la cintura nera

Cartografia di Maya

 

Il kata che devo eseguire è semplice, ma proprio per questo è richiesta una esecuzione più che perfetta dei movimenti. Quattro passi avanti, calcio diretto sinistro, pugno destro, parata alta sinistra, stop. Due passi indietro, scivolata a destra, spazzata destra, presa, stop. Giro a sinistra, due passi, pugno sinistro, pugno destro, passo indietro, calcio rotante, non troppo alto, parata sinistra, stop. Cancella dalla mente il non troppo alto.
La console emette un suono sordo. Ma non ho sbagliato, cosa…? Il kiai! maledizione a me, l’ho dimenticato.
No, così non va.
L’avatar del maestro compare sopra la macchina, nello spazio olografico dove mi fa vedere le correzioni. I suoi movimenti sono innaturalmente veloci e fluidi, ma è così che deve essere e così devo diventare anch’io. La velocità d’esecuzione naturale mi ha permesso di diventare cintura nera, e una ventina d’anni fa, quando i miei muscoli avevano ancora l’energia della maturità, ha convinto la console a darmi anche il 2° dan. Adesso che sono più esperto e migliore mi è richiesto di fare qualcosa di più. Qualcosa che nella mia ignoranza dell’arte marziale consideravo «innaturale», ma che naturalmente non lo è.
Riprendiamo. Quattro passi avanti, calcio diretto sinistro, pugno destro, parata alta sinistra, stop. Due passi indietro, scivolata a destra, spazzata destra, presa, stop. Giro a sinistra, due passi, pugno sinistro, pugno destro, passo indietro, calcio rotante, parata sinistra, stop. Strisciata, doppio pugno… cosa c’è adesso…? Il kiai! mapporc…
Sono sudato, un po’ troppo per come dovrebbe essere. L’arte marziale prevede sforzo fisico, altrimenti non è allenante, ma non così tanto. Qualcosa non va oggi. L’arte mi mette di fronte alle mie difficoltà, alle mie debolezze. «Tu non combatti me, perché io qui non ci sono», dice il maestro Kenji Tokitsu, «tu non combatti il nemico, perché il nemico non c’è. Tu non combatti, perché non c’è combattimento. Tu cresci, o semplicemente ripeti le stesse stolide azioni per tutto il tempo che ti rimane davanti».
Ricordo il giorno che incontrai il libro di Tokitsu, su una bancarella dell’usato. Ero con Ro, uno lontano miliardi di anni luce da qualsiasi disciplina marziale. «Questo libro potrei ritrovarlo un’altra volta», dissi. «O forse no», disse lui, «ci sono momenti in cui i fiori vanno colti, sennò appassiscono e non li ritrovi più. Magari altri simili, ma non loro». Così comprai il libro. Era su carta, in seguito venne il file, poi la console con il gioco di allenamento elaborato da un parente di Tokitsu stesso, e poi il mio percorso personale nell’arte. «Non chiamarla marziale», dice il maestro, «a meno che non decidi di chiamare marziali tutte le arti. Tu vai avanti, procedi, scopri. Cadi, ti rialzi (puoi smettere a quel punto, come a ogni punto, ma tu hai cominciato e ne hai tratto beneficio, quindi ti rialzi) vai avanti, scopri altro. Non chiedermi cosa scoprirai, non dirmi maestro, passa oltre me. Verrà il momento in cui penserai che ti sto fermando, invece che insegnarti altro. E tu andrai avanti».
La console aspetta. La sua intelligenza artificiale vede che medito, e aspetta.
Ok.
Avanti.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di  Giovanni Marrocco

 

 

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