Diaz
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di Marco Colabraro, 16 aprile 2012
Nome: Marco
Cognome: Colabraro
Website: http://macelleriamarleo.wordpress.com/
Bio: Marco Colabraro nasce nel 1982 a Bollate e porta addosso i segni della provincia lombarda. Si laurea in Lettere e si diploma alla Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi; è autore, drammaturgo e attore. Tiene corsi di lettura espressiva per adulti e bambini. Ha due romanzi nel cassetto e spera ancora che qualcuno abbia il coraggio di scommettere su di lui. Collabora con www.unonove.org.

Diaz

Don't clean up this blood

 

Dico a tutti che faccio lo scrittore, ma non è il mio lavoro perché solo se sei pubblicato diventi professionista e lo scrivi sulla carta d’identità. E lavori saltuari e poi l’affitto e pochi spiccioli che anche comprare un quotidiano tutti i giorni diventa una spesa e ci devi fare i conti alla fine del mese. Che guardi il mondo dal www, i siti dei giornali e le testate sportive per poter dire la tua quando te la chiedono, che altrimenti non te lo sogneresti un futuro diverso. Non abbiamo la televisione qui e non c’è il Tg3 all’ora di cena come quando abitavo coi miei genitori. E mi concentro sulle cause e sugli effetti dell’umano agire quando mi trovo a tu per tu con la pagina bianca, osservo con attenzione i gesti e gli stati d’animo; che metto a fuoco i particolari per dare un senso all’universale. Niente visioni aeree per me, ma occhi e binocoli. Per questo non sono un giornalista, ma un narratore, uno scandaglio dell’essere umano nelle sue forze e debolezze, gli angoli bui dell’esistenza, gli slanci nel precipizio dei buoni propositi e le gioie da prima volta.
Ieri sono andato a dormire che era già mattino, il mio viaggio fino al termine della notte per la festa di un amico e poi la discoteca col buttafuori grosso che mi getta lontano perché ho provato a scavalcare e non pagare, e poi mi sono fatto prendere e ho trovato le scuse in fondo alle tasche per confondermi col buio e pisciare sotto a un lampione pensando al perché della mia piccola trasgressione, altro non è che nostalgia dei sedici anni e delle canne mai fumate nei bagni tatuati della scuola superiore.
Ho dormito cinque o sei ore e poi il lavoro, gli amici, il cinema. Ho deciso di vedere Diaz di Daniele Vicari. Ci hanno scritto tanto intorno, e poi c’ho delle ragioni mie che non vi dico. Il sabato sera i cinema sono zuppi e nella provincia si radunano i visi lucidi di gel degli adolescenti e gli stivali bianchi delle vergini ribelli. E poi coppie di quarantenni giovanili e cinquantenni avventurosi che sanno far fronte al frastuono, al rumore sordo delle cannucce e all’odore invadente e dolce del popcorn nei vasi grandi. La sala è piena, arrivo tardi, il tempo di togliere sciarpino e cappotto e poi il nero e Procacci e cocci di bottiglia sul grigio dell’asfalto. Si ricompone un lancio al contrario, dal coccio alla bottiglia, dalla rottura all’unione, un campo stretto cinematografico e la scritta DIAZ – Don’t clean up this blood. Uno sbadiglio, il vicino che muove la testa, poi trovo la posizione e il rumore del pop corn si tramuta in sottofondo insignificante. E sulle prime quel che colpisce sullo schermo non sono in manganelli, ma il coro e la particolarità delle umanità descritte. Non c’è solista qui, ma la vita di un gruppo e il caleidoscopio dei colori della gioventù. Il blu notte delle divise e quelle stelle sul petto che paiono morte e non s’illuminano se non sotto ai neon artificiali.
Ché sono giovani e sciocchi, ché sono giovani e belli. Nei vestiti i segni della ricerca dell’identità e tra i silenzi delle parole il desiderio di un’esistenza sensata. La necessità dell’essere vivi che diventa un fare e un esserci, e poche domande sul come. I nostri anni in cui siamo stelle già esplose, il volo a ritroso nel tempo per trovare quell’unità che sa della nostra origine e la fatica delle scelte necessarie. Ci dicevamo di andare, andare, andare e io non ho avuto il coraggio che sono sempre stato uno che pensa troppo, il freno alle spinte animali del corpo e rimandare quell’ “a tu per tu” che prima o poi verrà. Mi ricordo quei giorni di Genova, in montagna con l’oratorio, aspettavo la notte per guardarmi i telegiornali e poi dirci se fossimo là, cosa faresti tu e poi chissà. Che eravamo provincia e le nostre trasgressioni erano le bugie del sega a scuola e i treni del sabato pomeriggio per la grande città.
Era una scuola quella, la Diaz, il campo di battaglia dei giorni sani della nostra crescita, la fonte delle nostre paure e il nodo delle conoscenze. La paura e il desiderio, il richiamo alle responsabilità del diventare grandi a immaginarci futuri cominciando coi disegni dei tatuaggi e la curiosità nell’esplorazione del buco dalla serratura dello spogliatoio delle ragazze. Ci hanno fatto un vulcano di frustrazioni e violenze. Ci hanno disegnato l’animale sul muro e ne hanno imitato i versi più antichi. Noi dinosauri. Noi prede e cacciatori. Noi uomini soli.
Gli sguardi persi per il passaggio di una bellezza, gli amori nati per caso quando abbiamo bisogno di abbracci per la solitudine delle notti calde e trovare il coraggio per arrivare al domani e tornare a domandarsi il perché del nostro essere qua tra i volontari di quella Genova e il Social Forum. Ché siamo incontri anche quando pensiamo ai problemi globali e ci prendiamo sulla schiena lo zaino del disinteresse degli altri che col passare degli anni ci piega le ossa e si fa così pesante che vogliono ridurci all’immobilità. Le scene lunghe della violenza, il suono sordo dei colpi, i manganelli afoni e le urla lunghissime del mondo. Ché la paura è urlo o silenzio.
Hanno accumulato rabbia i nostri corpi deboli. Hanno accumulato sabbia quei cervelli svuotati del pensiero critico. E sul sedile morbido mi sono ritrovato immobile a urlarmi dentro “Bestie” e “Cani” e poi silenzio, animali e nulla più, niente a che vedere con l’uomo tutto questo eppure fatto, gesto, azione. Che alligna nell’essere umano il fascino primordiale della bestia. Portiamo dentro le unghie e i ruggiti, la zanne bianche e le reazioni scomposte di quel che eravamo un tempo. Non è solo buono, l’uomo.
Parlo di debolezza, sai. Non riesco a condannare io, ci penseranno i tribunali e spesso non ne sono nemmeno capaci. La pena è necessaria, inevitabile e dovuta, ma il giudizio ancora mi rimane sospeso. Che avrei fatto io se avessi avuto una vita diversa? E altre culle? E altre mani che mi rivoltavano?
E poi il dolore, i segni larghi e le umiliazioni di chi le botte le ha prese. Che dire ora? Di che silenzio colorarsi le labbra?
Hanno scritto molto intorno a questo film, del perché e del per come, delle colpe della politica, del governo e dei ministri. Ché non si sono fatti i nomi dice qualcuno. Ma qui c’è l’uomo nella sua interezza, il resto è solo un contorno per le righe ciniche dei giornalisti perché un film non è un articolo di giornale. È necessario ora domandarsi il perché dei nostri giorni, ritornare allo scontro interiore e tatuarci sulla pelle la domanda della responsabilità. Quella responsabilità che prima di tutto è individuale che può e sa diventare responsabilità di un gruppo, di popolo, di mondo. Poco interessa ora la colpa dei grandi al mio alzarmi dalla sedia, al mio far forza sulla pianta dei piedi e rimandare la parola all’aria aperta e aspettare la fine dei pensieri prima di pronunciare alcunché.
“Minchia” ho detto. E poi mi sono sorpreso, che non avrei voluto.
E allora, qui, con gli occhi che si chiudono e il taglio emotivo allo stomaco che ancora pulsa penso che quel sangue versato non si è cancellato e ci è rimasto dentro, per merito di un film che ci mette di fronte alla nostra umanità. Quel sangue si mischia al nostro e ci interroga. Sarà una notte di veglia questa. Altro che colpe di altri, altro che diti puntati, mi guardo dentro e affondo nel pozzo delle domande.
Grazie al coro e agli orchestrali, al direttore d’orchestra che non ci ha dato regole, ma trafitto in lancia d’immagini e vita.
E ancora il silenzio per noi che abbiamo ascoltato non è codardo, ma pianta da annaffiare che per i fiori rimandiamo al domani.
 
[Marco Colabraro]
 
@ Foto di  Giovanni Marrocco

 

 

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