“Nessuno è innocente”
gravatar
di Giorgio Simoni, 20 maggio 2012
Nome: Giorgio
Cognome: Simoni
Website:
Bio: Da sempre ghostwriter di politici e giornalisti più o meno famosi, si diletta a fare il censore e il recensore.

“Nessuno è innocente”

Saverio Fattori, 12:47 Strage in fabbrica – Gaffi Ed.

Di rado romanzi contemporanei italiani riescono a essere così duri, lucidi e secchi come lo è il 12:47 Strage in fabbrica di Saverio Fattori.

Fin dalla prima riga, dall’incipit hai la sensazione di trovarti davanti a un personaggio (l’Ale protagonista del romanzo) che pur con tutte le dovute differenze del caso ricorda e rimanda al protagonista dell’Estensione del dominio della lotta di Houellebecq. Con lui condivide una solitudine, una asocialità, una estraniazione che si percepisce già nelle prime righe: “Domani sparerò in mensa. Alle 12:47. Svolgerò regolarmente le mie mansioni […]. In questo momento non saprei dare un senso a tutto il sangue”.
E in parte il romanzo prosegue su questa riga dritta del fordismo delle emozioni e dei pensieri, nella serialità e nel rancore: la morte che regna sullo sfondo ma che alla fine non riscatta.
È anche vero, tuttavia, che il personaggio che più di altri è imparentato con il protagonista del romanzo di Fattori è di certo Albino Saluggia – e non solo perché 12:47 Strage in fabbrica è pensato come un “memoriale” alla Volponi, ma soprattutto per quell’idea claustrofobica, quel mondo che non esiste all’esterno della fabbrica; non solo, pure la tubercolosi di cui soffre Albino trova un suo corrispettivo nel protagonista di Saverio Fattori che soffre un malessere fisico senza nome ma che lo porta a una distruzione fisica e materiale (oltre che psichica).
Il quadro che esce da questo romanzo è la brutalizzazione di una classe operaia che non ha più fantasticherie rivoluzionarie, che non ha niente da spartire con le idealizzazioni di intellettuali engagé convinti assertori della equazione: proletariato = illuminato. Saverio Fattori ci sputa in faccia la realtà postideologica, quella che è sotto gli occhi di tutti, senza retorica: perché gli operai “leggono i quotidiani sportivi. Aspettano una promozione della squadra del cuore. […] Delegano la propria vita ad altri. Ai centravanti con il piede buono che rubano la palla in area. Aspettano di morire e nel frattempo cercano di rendersi invisibili” e chiosa (e qui torna la crudezza alla Houellebecq): “Solo la rassegnazione e il calcio li preservano dal suicidio”.
Non resta, quindi, al protagonista che pensare e attuare una strage, nell’ora di punta a mensa. E da neo-Meursault camusiano non ha un obiettivo preciso, vuole solo essere ricordato come “teorico dello stragismo aziendale”, non gli interessa uccidere i capi o i quadri aziendali, non vuole uccidere qualcuno in particolare, è la massa in sé, il sistema toyota o il fordismo che sia, la sua stessa alienazione è causa e oggetto della sua idea.
Eppure, Ale non esisterebbe senza quella azienda, quel lavoro: non sarebbe niente perché niente è quando è fuori da quei cancelli. Qui si incardina la contraddizione che fa del romanzo di Fattori una vera opera d’arte – il protagonista odia e vuole abbattere l’unica cosa che per lui esiste e dà un senso alla sua vita. Senza quel capannone, senza la fabbrica, senza i turni lui semplicemente non è.
 
12:47 Strage in fabbrica è un romanzo che non lascia spazio a speranze e redenzioni, che non pontifica rivoluzioni e non porta classi operaie in paradiso. È un romanzo in cui sebbene ci siano parecchi elementi che rimandano a una certa tradizione anni Settanta, anni in cui si credeva possibile una rivoluzione: gli operai, l’eroina, il sopruso, la rivendicazione, tuttavia vengono ribaltati e svuotati dei loro significati simbolici, diventano rarefatti e ineluttabili. Anzi è Frank (il giovane assunto) ad avere dalla sua parte la ragione. Frank impersona la restaurazione, la potenza fisica che “riporta alla civiltà contadina e montanara. Sei un vero uomo se tieni l’alcol, se cadi nelle stesse identiche cazzate dei tuoi antenati, se non apporti modifiche [...]”.
Benché Frank sia a conoscenza del piano stragista di Ale, benché lo foraggi e lo sospinga, Frank è solo animo distruttivo, è il simbolo di una generazione machista per niente rivoluzionaria che se distrugge lo fa solo “tanto per”.
Scritto con una lingua pulita, uno stile adeguato alla narrazione, la penna di Saverio Fattori è da seguire, da tenere d’occhio – una voce emancipata nell’irreggimentato panorama attuale italiano.
 
[Giorgio Simoni]
 
@ Foto di Annalisa Maurutto 
 
Se vuoi acquistare 12:47 Strage in fabbrica di Saverio Fattori, clicca qui.

 

 

condividi su: TwitterTwitter FacebookFacebook