70 - Antenne su 3000 Km, dati doppi di tutta internet
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di Guido Tedoldi, 21 maggio 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

70 – Antenne su 3000 Km, dati doppi di tutta internet

Cartografia di Maya

Sul personal il conto alla rovescia procede imperterrito, calcolato in millisecondi. Tra una decina di minuti arriveranno i dati dell’elaborazione del Dome, il vecchio progetto di Ibm di osservatorio astronomico terrestre in grado di mostrare la nascita dell’universo, il momento stesso in cui avvenne il Big Bang. In effetti non si tratta di una gran notizia: i server di Dome mandano in rete il loro ExaByte di dati ogni quarto d’ora da alcuni decenni, e ogni volta ci si avvicina di un po’ al momento cruciale. Ma stavolta sarà più preciso – ho questa sensazione, di cervello umano che si inserisce nel flusso delle intelligenze artificiali e magari le precede.

Quando Ibm presentò il progetto Dome era il 2012, e le tecnologie dell’epoca non erano adeguate a sostenerlo. Innanzitutto non c’erano i radioscopi, che per generare il livello di profondità e di distanza prospettica dovevano essere sparsi su un diametro di almeno 3˙000 km, cioè più o meno tutto il continente nordamericano. Negli anni successivi, mentre l’opera era in costruzione, ci fu chi propose di spostare tutto sulla Luna, o meglio ancora su Marte. Invece no, nonostante la visionarietà fu evidente che era più facile trovare i finanziamenti per i singoli manufatti restando in ambito terrestre che spostandosi nella nuova frontiera dello spazio.
Poi mancavano i server, ovvero i chip sufficientemente piccoli e veloci per macchine che tenessero in piedi l’infrastruttura informatica. Come disse un ingegnere di Ibm dell’epoca: «Dobbiamo essere molto creativi. Se dovessimo utilizzare i server standard di oggi, ne avremmo bisogno a milioni, sprecando così tanto spazio e utilizzando così tanta energia che non potremmo permetterci di costruire le macchine e farle funzionare». Il problema era il materiale base da utilizzare per i transistor: il grafene. Il silicio era arrivato quasi al proprio limite tecnico di utilizzo, ma il grafene aveva bisogno di fabbriche a nanotecnologia per essere assemblato… e all’epoca bisognava ancora costruirle perché non ce n’erano di adeguate.
A dirla tutta, mancavano anche i supporti di memoria. Il progetto originale di Dome prevedeva di produrre 1 ExaByte di dati al giorno, quantità che oggi sembra quasi banale ma che all’epoca era doppia rispetto alla produzione di dati annuale di tutto il web. Ci si è arrivati, naturalmente. Lasciate gli esseri umani pasticciare abbastanza, e gli ingegneri, i più giocherelloni tra gli esseri umani, giocare liberamente… e le barriere della fantasia verranno abbattute dalle realizzazioni concrete della tecnica.
Il personal è entrato nell’ultimo minuto di conto alla rovescia. Guardo le cifre diminuire rapidissimamente, e non riesco a evitare una certa agitazione.
Finito.
Il tempo tecnico di generare l’immagine.
Ecco.
Non è ancora il Big Bang. Non può essere quella cosa lì. È troppo simile alle immagini piene di detriti che Dome ha prodotto negli ultimi anni.
Guardo la didascalia. Dice che il tempo presunto è 720/1000 di secondo dal tempo 0 quantistico. Ci stiamo avvicinando. Manca poco. Il prossimo quarto d’ora, forse.
 
[Guido Tedoldi]
 
© Foto di Giovanni Marrocco 

 

 

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