12.
Al campus regnava di solito una piacevole sensazione di noia controllata. Noi la controllavamo a canne. Scrissi un appunto e lo attaccai con lo scotch alla porta di Colin: non si vedeva da un po’ ed era lui ad avere tutto quel fumo. L’appunto era in inglese e citava vagamente delle cannonballs, poi dava un appuntamento al Club Méd, dove mi ritiravo quasi ogni giorno a leggere Max Frisch e ad ascoltare Morrissey, Viva Hate. Lo stridore da frenata del metrò di Alsatian Cousin, il sole che tramontava lentissimamente in mezzo alla pianura. Dietro che cosa tramonta il sole, in pianura? Mi chiedevo cose così, alla luce giallina dell’abat jour del Club Méd, sdraiato con scarpe e tutto su un divano che mi conteneva per metà, in quella puzza di fumo stantio, il fumo di sigarette degli anni Settanta nella Germania dell’Est.
Colin interruppe un sonnellino appena accennato entrando rumorosamente, stava parlando con Steve, un tipo gentile e pelato, di Philadelphia. Steve aveva appena litigato con Martin, uno degli studenti/professori locali. Ubriaco Martin, americano Steve, le cose erano finite male. Martin aveva chiamato i rinforzi, gli studenti occidentali avevano cercato di proteggere Steve, gli studenti del blocco sovietico si erano tenuti in disparte, incerti, spauriti.
Io ero saggio allora così come non lo sono adesso e minimizzai: “Cose da ubriachi, non pensiamoci più”.
Uscimmo dallo stanzino puzzolente, la sera stava arrivando carica di promesse insignificanti, Steve continuava a borbottare tra sé e sé, scuoteva il capo incredulo. Era un ragazzo dai lineamenti regolari, i capelli biondi a spazzola, gli occhi chiari. Introverso, forse a disagio. Mi aiutava volentieri a sbobinare le parole di certe incomprensibili canzoni che mi piacevano, non si meritava di essere preso a calci in culo da uno studente lecchino. Perché la realtà era quella: tutti i nostri cosiddetti insegnanti erano degli studenti lecchini che arrotondavano con questa attività estiva mentre quelli meno lecchini erano in vacanza da qualche parte sul Baltico. Lecchini nel senso di leccaculo: erano più o meno tutti figli di qualcuno del Partito ed erano anche tutti membri della FDJ. Anche solo dopo pochi giorni, a me personalmente stavano sulle palle dal primo all’ultimo tranne Suzanne Zimmermann. Erano perfetti soldatini, efficientisti e razionali, spiritosi come preti, storditi dal senso di inferiorità verso noi ricchi occidentali di merda, tutti puntigliosamente attenti a infilare in ogni loro discorso qualche riferimento positivo alla DDR. Sembravano tour operator, funzionari della Camera di Commercio, pubblicitari dianetici e uno di loro, ubriaco, aveva preso a calci in culo un pacifico e innocuo ragazzotto americano.
Nel tragitto tra i due club, il Méd e l’Umido, vidi da lontano l’inconfondibile zazzera nera della Zimmermann. Mi staccai dai due amici e mi diressi verso di lei. Quanto mi piaceva, sotto sotto, la Zimmermann, ogni scusa era buona per chiacchierare con lei, sperando di indurla a sgranare gli occhioni blu come una caricatura di donna che sgrana gli occhioni blu.
Le dissi: “Herren und Damen, heute Abend: Steve Martin!” E scoppiai a ridere all’incirca così: “Ha ha ha”, dando anche di gomito. Ma lei non capì. Per rimediare le chiesi tutto serio se Martin stesse meglio ma lei disse di aver saputo del litigio ma che non c’era.
“Nemmeno io”, le dissi.
“Allora di che cosa stiamo parlando?”
“Di Steve e di Martin. O di Steve Martin”. Ancora non capì. Le cose andavano così, in quell’angolo di mondo. I riferimenti non erano certo gli stessi, tra giovani ci si capiva a malapena. A me veniva naturale essere paternalista, ma nello stesso tempo provavo vergogna per il mio essere viziato e ammirazione per certe esistenze dei non-lecchini. Per i lecchini della FDJ provavo solo vera e sincera antipatia. Erano i secondini-bambino dello stato, pronti a diventare soldati-bambino all’occorrenza, e sicuramente destinati a diventare adulti di merda.
Tutti tranne la Zimmermann, ovviamente.
[Marco Drago]
@ Foto di Giovanni Marrocco
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