Quella primavera digitale
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di Guido Tedoldi, 31 maggio 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

Quella primavera digitale

Che tanti editori temono come un inverno

Uno dei motivi per cui io sono andato al Salone del libro di Torino, quest’anno, è stato il libro digitale. Da tanti anni se ne parla, anche qui in Italia sebbene siamo una specie di terra depressa per quanto riguarda gli indici di lettura e più in generale l’interesse della maggior parte della popolazione per i libri. Però anche qui abbiamo ormai numerosi progetti come Amazon e Ibs, ovvero siti internet strutturati per essere negozi di libri in formato e-book e cartaceo.

E in più il Salone 2012 aveva come mantra la «Primavera digitale».
L’impressione che ne ho tratto, però, è che… be’, forse l’editoria non è il settore industriale più adeguato a sviluppare il business del libro digitale. Ci sono personaggi del mondo editoriale che vogliono avere poco o nulla a che vedere con questa novità tecnologica e ontologica. C’è chi parla addirittura, per stare nello slogan, di «inverno» (o addirittura «inferno») digitale.
 
Mi è parso di capirlo l’11 maggio, assistendo a uno dei convegni organizzati nello stand di Ibs. I relatori erano alcuni dei redattori e collaboratori della rivista letteraria Alfabeta 2, tra cui Maria Teresa Carbone, e una delle domande che lei si faceva e faceva come provocazione intellettuale al pubblico presente era: sarà poi vero che la grande quantità di download gratuiti di testi dal web aumenti effettivamente la lettura?
Io sono rimasto un po’ basito da una domanda come questa. Perché mi sembra ovvio che la risposta debba essere positiva. Cosa si scarica a fare, se poi non si legge? E dopo aver scaricato, cosa si tengono a fare i file dentro il disco rigido del computer o dell’e-reader, se non per avere la possibilità di leggerli appena possibile? Ok, magari non li si legge subito, perché la grande quantità di testi si scontra con la limitata quantità di tempo che hanno le persone (già Massimo Troisi, in tempi in cui il web era un concetto ancora di là da venire, diceva: «Loro sono in tanti a scrivere… ma io sono da solo a leggere!»). Però l’intenzione è quella. E se non è l’intenzione a far aumentare l’interesse per la lettura, cosa può mai esserlo?
La questione, mi pare, è che se la gente può leggere e scrivere e ha gli strumenti adeguati per farlo – lo fa. Chi senza strumenti informatici adeguati non scriveva né leggeva, appena ha avuto in mano computer, telefonini cellulari, tablet, smartphone – li ha utilizzati per leggere. Basta guardare quanti sono i blog nel mondo. Basta guardare quanti sms vengono scritti (e quindi ricevuti e letti) ogni ora nel mondo.
 
Un altro convegno cui ho assistito al Salone si è svolto nel pomeriggio del 12 maggio nello spazio «Book of the Future», e già dal titolo si capiva il timore degli organizzatori nei confronti del libro elettronico: «Quando per fare l’editore devi cavalcare lo tsunami digitale». Tsunami, come se si trattasse di una tempesta violenta ma, per sua natura, passeggera e quindi destinata a esaurirsi presto… e quando sarà esaurita si potrà tornare a lavorare nei modi consueti, e consolidati da decenni se non secoli di pratica editoriale.
Una delle relatrici di questo convegno era Ginevra Villa, che lavora nell’ufficio diritti di Feltrinelli. Dalle sue parole mi è parso di intuire la difficoltà delle case editrici di approcciarsi ai contratti da stipulare con gli autori per lo sviluppo del mercato digitale. Difficoltà che deriva, mi pare, dal concepire l’e-book come se fosse un libro cartaceo, ovvero un oggetto con le stesse modalità di stampa/magazzino/distribuzione/resi. Ma l’e-book non ha bisogno di quasi niente di tutto ciò perché la stampa in pratica non e l’ha essendo fatto di bit, il magazzino quasi non ce l’ha essendo depositato da qualche parte in un hard disk, la distribuzione si realizza con qualche clic nel momento stesso in cui il file viene scaricato e non passa né attraverso camion che fanno avanti e indietro né librerie, e i resi… be’, semplicemente non ci sono.
Da quel che ho capito, le case editrici vogliono mantenere il controllo sui libri digitali come ce l’hanno su quelli cartacei, e non intendono concepirli come prodotti di genere nuovo. Per dire: se da un romanzo viene tratto un film, sembra ovvio che i diritti debbano essere trattati diversamente perché il cinema non è la letteratura; e se si parte da un romanzo per elaborare una piattaforma di gioco, sembra ovvio che l’industria del gioco non è quella della letteratura. Ma con il libro digitale (che tra l’altro può diventare facilmente un supporto multimediale molto diverso dal libro originario fatto di quasi solo testo) non si intende compiere nessun salto concettuale.
 
Ma a sancire una differenza tra libri cartacei e digitali c’è un altra caratteristica: non sempre le persone che li leggono sono le stesse. I lettori «forti», quelli interessati al contenuto, sono meno interessati alla forma e si irritano di fronte ai prezzi di copertina che impediscono di soddisfare la loro libridine. I lettori «deboli», dato che non leggono quasi mai, sono più disposti a comprare volumi che fanno arredamento e possono facilmente essere regalati.
Coloro che leggono libri cartacei (e più in generale testi stampati su supporti cartacei, come i giornali e le riviste) stanno diminuendo. Il fenomeno è visibile in Italia, secondo i dati forniti dagli editori stessi nei giorni del Salone, e sta avvenendo anche all’estero se i dirigenti di giornali largamente diffusi come il New York Times dicono sempre più spesso che non continueranno per tanti anni ad andare in edicola.
Viceversa i lettori di testi digitali (libri, e giornali, e riviste – e blog, e infografiche multimediali, e sceneggiature) stanno aumentando ovunque, perfino nella nostra Italia che ha gli indici di lettura più depressi dell’occidente.
 
Insomma, il libro digitale sembra proprio una cosa diversa dal libro cartaceo. Come il cinema è diverso dal teatro, e la tv diversa dal cinema, più o meno. Per cui forse l’industria editoriale non è la più adatta a trattarlo adeguatamente.
 
[Guido Tedoldi]
 
@ Foto di Giulia Ponzetta

 

 

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