72 - Senza rumore, sul ponte di plastica
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di Guido Tedoldi, 18 giugno 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

72 – Senza rumore, sul ponte di plastica

Cartografia di Maya

L’appello dell’architetto era pressante: «Venga a vedere il mio ponte. Ci cammini sopra. Non è come quello della Vertech a Cardiff». E io sono andato, curioso come sono.
La struttura è bianca, costituita all’apparenza da tubolari metallici – ma l’architetto mi assicura che pesa meno della metà rispetto a un ponte di metallo. E poi non arrugginisce. E poi non ha bisogno di essere verniciato. La mail che mi ha mandato aveva allegati con le spiegazioni tecniche e storiche. In sintesi, il primo ponte di plastica lo aveva realizzato un’industria inglese a Cardiff, agli inizi del XXI secolo, ma solo con il tempo i suoi realizzatori si sono resi conto che non stavano semplicemente riciclando plastica dai rifiuti. A quell’epoca erano tutti concentrati a risparmiare petrolio, materia prima che costava sempre di più, e qualcuno tentava anche di produrre materiali da costruzione evitando di sprecare tonnellate di anidride carbonica. Lui, l’architetto, era andato avanti in quella direzione e verificato che i ponti di plastica fanno molto meno rumore degli altri. Ci si può camminare sopra senza quasi sentire i colpi delle scarpe sulla superficie – figuriamoci il risparmio acustico delle automobili.
Il silenzio è un valore, e gli abitanti delle città se ne stanno sempre più accorgendo.
Tutta la struttura è interna a un centro commerciale, e serve a collegare le quattro torri di negozi. Il punto più centrale, dove si collegano le varie rampe, è uno slargo dove sembra di essere sospesi in aria, più o meno a 15 metri dal suolo. L’architetto ha trovato anche altri sistemi per assorbire i suoni e la superficie porosa della plastica è stata trattata con nanospazzole affinché assorba le polveri sospese… forse anche l’umidità prodotta dai respiri. Si ha una sensazione di benessere, di pulizia. Di purezza. La stessa luce sembra aver rispetto del contesto.
Cammino avanti e indietro, godendomi il momento. Suppongo che l’architetto mi stia guardando, connesso in rete con le telecamere. Forse il suo avatar sta camminando a sua volta nel progetto del ponte disegnato con un sistema Cad. Ho in mano il personal, e vorrei scrivergli qualcosa di intelligente, o semplicemente che abbia qualche attinenza con il motivo per cui sono qui: capire se c’è qualcosa qui dentro, in questo prodotto, in questo modo di realizzalo, che possa giustificarne la produzione in un certo modo, per certe finalità. Modi e finalità che non so ancora.
L’architetto ne è entusiasta, a giudicare dalla sua mail – dell’entusiasmo genuino di chi vede molto oltre. «A Cardiff il ponte lo asfaltarono – ha scritto – mentre il mio non ne ha bisogno nemmeno se viene utilizzato per il passaggio di veicoli: la superficie è trattata con olefine che solo pochi anni fa non erano conosciute. Può resistere immutata per secoli.»
Continuo a camminare. Non sento nessuna vibrazione. Tocco la ringhiera, e nemmeno sotto le dita sento vibrazioni. Finalmente ho l’idea giusta, arrivata tutta insieme e già completa come spesso capita alle idee giuste. Scrivo una sola parola sul personal: «Antisismico?». La risposta dell’architetto è immediata: «Sì. Assorbe le spinte e le disperde come onde sonore a bassa frequenza».
Non fa rumore nemmeno in quel caso. Fantastico.
 
[Guido Tedoldi]
 

@ Foto di Annalisa Maurutto

 

 

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