Icona dell'invisibile
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di Raffaella Terribile, 21 giugno 2012
Nome: Raffaella
Cognome: Terribile
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Bio: Nata a Padova, lì si è laureata in lettere classiche ,specializzandosi successivamente in archeologia e storia dell'arte antica. Dopo un passato come archeologa e la collaborazione con l'Università di Padova, la Soprintendenza Archeologica del Veneto e il Museo Archeologico di Padova, ricopre attualmente la cattedra di storia dell'arte all'istituto statale d'arte - liceo artistico "P.Selvatico" e si occupa di scrittura d'arte e di poesia, collaborando con diversi blog.

Icona dell’invisibile

Il Quadrato nero di Malevic

Metà del secondo decennio del XX secolo: Cubismo e Futurismo dominano la scena dell'arte russa di Avanguardia. Il 15 dicembre 1915 a Pietroburgo, uno spazio commerciale vicino al Palazzo d'Inverno ospita l'Ultima Mostra Futurista 0.10, su iniziativa dell'artista Ivan Puni. Vi partecipano, tra gli altri, Larionov, Chagall, Kandinskji, Malevic e Tatlin, futuro teorico del Costruttivismo. Malevic stava seguendo allora la strada della progressiva semplificazione formale, trovandosi in questo lontano dalle posizioni di Tatlin, più orientato verso l'estetica della costruzione piuttosto che verso la pittura fine a se stessa. Una distanza tra i due che si fece frattura proprio in occasione della mostra, quando gli spazi espositivi vennero nettamente separati e polemicamente distinti da Tatlin con l'intestazione Mostra professionale posta alla sezione dedicata alle opere sue e del suo gruppo. Sembra che le opere più rigorosamente suprematiste siano arrivate alla mostra ancora fresche di pittura, perché Malevic le aveva realizzate dopo aver litigato con Tatlin, che aveva dato a Kazimir del dilettante. Curiosamente, però, entrambi scelsero gli angoli della stanza per esporre le loro opere, riferimento esplicito alla secolare tradizione delle icone ortodosse, poste neli angoli della casa, in alto, a protezione dei suoi abitanti ed elemento di raccordo tra terra e cielo, cui ci si rivolgeva in preghiera come a un tramite, medium con il divino. Le fotografie dell'epoca restituiscono l'immagine del Quadrato nero collocato all'incrocio tra il soffitto e le due pareti contigue: situando l'opera nell'angolo, Malevic dichiara di conservare il fine delle icone come immagini poste a collegamento tra elemento fisico, terreno e lo spirito. Tuttavia l'opera ricorda le icone sacre non solo per la posizione, ma anche dal punto di vista del forte contrasto tra figura e sfondo, con l'estrema stilizzazione che delle icone era il tratto più riconoscibile: il quadrato, forma geometrica e perciò costruita dall'uomo, ma la forma più semplice, elementare, di contro alle forme curvilinee create dalla natura, prodotto esclusivo della mente umana che sa immaginare spigoli, angoli, segmenti, e ne domina le misure e le relazioni; il nero – negazione del bianco del fondo – che intende dimostrare come l'elemento umano possa eclissare la luce, naturale e, per estensione, divina, e il volto di Gesù e dei santi; il bianco del fondo che, appunto, si ricollega, per funzione e posizione, al tradizionale fondo d'oro delle icone, emanazione visibile del divino, alterità, Spirito Santo, schermato dalla presenza dell'umano che si impone, nel senso etimologico del termine. Da qui in poi sarà tutto un succedersi di croci nere, quadrati rossi, per finire nel radicale quadrato bianco su fondo bianco, un riallacciarsi alla tradizione negandola, una pittura dell'immateriale che si nega allo sguardo per farsi meditazione pura. Quel quadrato nero rappresenterà l’illuminazione per l'artista: la possibilità di esprimere la volontà di restituire e di ricostituire il linguaggio autonomo dell’arte, sottratto definitivamente alla natura. Partendo da questa considerazione Malevic conierà il termine di “Suprematismo” a indicare quel mondo superiore, al di sopra della realtà fisica e inteso come puro sentimento. Come egli stesso affermerà: “Il Suprematismo ha rivelato nella rappresentazione del movimento la causa di tutte le cause. In tal modo tutto ciò che noi chiamiamo materia e forma di una superficie è un movimento prodotto dall’energia vitale”. Sottrarre alla pittura il legame – qualsiasi legame – con la realtà delle cose è un'operazione pericolosa, logica, puramente mentale, che sa di rifiuto feroce di qualsiasi compromesso, ma che inevitabilmente condanna all'autoesclusione, all'isolamento artistico. La Russia di Stalin non vuole un'arte libera, come era stata fino al 1927, ma un'arte utile, demagogica, celebrativa, didascalica. I totalitarismi non accettano la libera ricerca culturale e formale. Nel 1929 Malevic espone per l'ultima volta e deve fare i conti, negli ultimi anni che gli resteranno da vivere (morirà nel 1935), con una realtà spietata con l'arte: ricomincia a dipingere in modo figurativo, ma per lo più manichini senza volto, lui che aveva oltrepassato i traguardi del cubismo e del futurismo con lucida determinazione, e si era avventurato nell’universo silenzioso dei quadrati bianchi su fondo bianco con la stessa eroica determinazione del capitano, disposto a colare a picco con la sua nave poetica e solitaria. Ma quei manichini senza volto non sono il segnale di una resa incondizionata, di un'alienazione dell'artista: di fronte ai cantori del regime, alle opere figurative che celebrano i fasti del regime sovietico, quei manichini stilizzati e colorati rappresentano una magia, un incanto silenzioso, un'isola di pura bellezza sottratta al tempo, alla retorica, ai diktat della storia. Una piccola isola di libertà.
 
[Raffaella Terribile]
 

@ Foto di Cinzia Pozzi

 

 

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