La prima volta che sono morto
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di Nadia Terranova, 14 giugno 2012
Nome: Nadia
Cognome: Terranova
Website: http://nadiaterranova.wordpress.com
Bio: Nadia Terranova è nata a Messina e vive a Roma. Ha fatto un po’ di cose che hanno a che fare coi libri (editor, traduttrice, dottoranda, insegnante), poi pur di non lavorare s’è messa a scrivere e basta.

La prima volta che sono morto

Lei mi pensa ancora, lo so

Mi avevano avvisato: morire per amore si può. Mi avevano avvisato, eppure né io né la mia spocchia avevamo mai creduto a una morte facile, e ora peggio per me e per i “te l’avevo detto” che mi cadono in testa come pioggerellina insistente. È andata proprio così: me l’avevano detto tutti.

Me l’aveva detto mia madre quando non si alzava più dal letto perché quel cretino di mio padre se n’era andato. Vabbe’, non è che me l’avesse proprio detto-detto, era un periodo che non verbalizzava, però insomma me l’aveva detto col non alzarsi, una cosa piuttosto vicina al morire.
Me l’aveva detto Giulietta, la mia prima fidanzata – versione ufficiale – ma in realtà prima ex aequo con Margherita, fidanzata uno bis in circostanze segrete per sue complicanze di corna. Per qualche tempo le due fidanzate hanno convissuto in un’unica soluzione finché Margherita non mi ha mollato preferendomi il fidanzato di facciata (quasi un sollievo) e io ho approfittato per mollare Giulietta (un sollievo senza quasi). E allora la povera Giulietta me l’aveva giurato piangendo che morire d’amore si può eccome, mentre io implacabile le spiegavo che non ero pronto a rinunciare al mio sabato sera per il suo, ovvero per le infinite variazioni di io e lei da soli: la prima volta un’esaltante novità, la seconda un’abitudine, la terza un’agonia. Le ho detto Giuli, ti meriti di meglio, non uno come me. Certo che con le cazzate sono bravo.
Che si poteva morire d’amore me l’aveva giurato perfino mio papà, un cretino, mentre scappava con la fidanzata nuova, la prima dopo mamma, che in realtà secondo me era già la seconda o la terza. Mi aveva aggredito con i suoi come e perché e soprattutto con un’ansia di spiegarsi che mi metteva agitazione. Se non me ne vado, se non sto con lei dalla mattina alla sera, se non la seguo muoio, capisci Mattia? Muoio d’amore. Te ne vai perché sei un cretino, gli avrei risposto se solo fossi stato convinto che ne valeva la pena.
E ora che sono qui a morire ci penso, è davvero infinita la lista di quelli che mi avevano avvertito: guarda che morire d’amore si può, guarda che morire d’amore è la regola. Umberto, il mio migliore amico, è morto cinque volte, infatti è dalla seconda media che lo chiamo Lazzaro. Sandra, una fidanzata a più riprese dell’interregno medie-liceo, è morta due volte (e mai per colpa mia: questi sì che son duri colpi all’autostima). Svariati tizi di cui si legge sul giornale muoiono quotidianamente, una volta sola e per davvero: persone serie, che si danno da fare per andarsene con classe premurandosi di lasciare agli assassini cospicue eredità di sensi di colpa. Come me. Che sto per morire a causa di Francesca e tutto ciò che mi interessa è farle sapere quanto male mi ha fatto affinché viva a lungo, però tra rimorsi e sofferenze.
È tutto un gioco, dicono di solito quelli come me, e infatti l’ho detto anch’io dai dodici ai diciotto anni, dalle prime fidanzate ex aequo fino alla penultima di cui mi dispiace non ricordare il nome ma solo un affascinante neo sul seno sinistro, ovvero il motivo per cui era stata eletta fidanzata numero dodici. Nessuno prevedeva che sarebbe stata la penultima, prima che la spazzasse via Francesca: ed ecco che entra nel mio soliloquio con tanta insistenza che mi tocca presentarvela, Francesca, l’Ultima Fidanzata, La Fidanzata Definitiva, altrimenti e volgarmente detta La Stronza. Non è una ragazza, è una scassinatrice ormonale; mi ci sono arreso la prima volta che l’ho vista in un pomeriggio qualsiasi con i tacchi perfetti e il vestito bianco. Una che sta bene con un vestito bianco in primavera, carnagione di porcellana, lentiggini e cosce lunghissime che altro può fare se non rivoltarti come un bue squartato? «Ma figurati, è solo un gioco», tranquillizzavo spocchiosamente Lazzaro dopo essere stato costretto ad ammettere che in effetti sì, avevo lasciato la penultima per lei, per Francesca la Bianchissima. E lui: «Secondo me stavolta ci muori». Dopo che sono morto devo ricordarmi di tornare in vita a cambiargli soprannome, da Lazzaro a Profeta.
Francesca, dicevo, non è una ragazza ma un’ecatombe. Si è trascinata dietro disastri che nemmeno in tutte le guerre mondiali che avrei dovuto studiare. Mi ha fatto fare cose che nemmeno un pupo siciliano mosso da un burattinaio ubriaco. Mi ha fatto perdere la dignità a livelli che non avrei mai creduto, tipo provare a fare il superiore per cinque minuti, ammorbidirsi dopo dieci, imparanoiarsi sui propri sbagli dopo quindici, rispondersi che se lei era fredda era colpa mia dopo venti, e insomma prima di arrivare alla mezzora dichiararle amore spudoratamente come se non l’avessi mai fatto prima. Tutti i giorni. A tutte le ore. In tutte le versioni possibili. Questa è stata Francesca per me e il solo fatto che ora mi tocca usare il passato, il solo fatto che sono qui a parlare da solo perché lei se n’è andata svolazzando nel suo ennesimo vestito bianco, il solo fatto che l’ho già vista ridere con un altro, tutti questi fatti da soli però tutti insieme mi hanno assassinato. Ma prima di lasciare questo mondo ho ancora delle testimonianze, signori della giuria, cosicché possiate usarle dopo la mia morte per dare alla Stronza il massimo della pena. No, non mi riferisco ai mille divieti che avrei voluto imporle (non uscire con quello che ti vuole saltare addosso, non ti mettere quel vestito in una giornata di vento che i maschi vedono troppo e vogliono di più) e mentre ne ingoiavo la metà lei comunque sbuffava “Mattia, ti prego, non mi stare sempre addosso”; non mi riferisco a quando rispondeva ai miei messaggi con faccine sorridenti e vaghe fino a quando, messa alle strette dal mio incalzante autosputtanarmi, scompariva notti intere in un silenzio atroce; non mi riferisco nemmeno ai miei “ti amo” sempre più intestarditi ai quali seguivano risposte come “sei molto importante per la mia vita” o “un giorno ti ringrazierò per tutto quello che stai facendo per me”. No, non mi riferisco a niente, pur consapevole che anche solo per frasi del genere Francesca Cosce Candide meriterebbe la galera, ché a “ti amo” c’è una sola risposta possibile ed è “io di più” e se non si risponde così son solo coltellate. E ne ho prese, di coltellate. Ma la morte quella vera La Stronza me l’ha inflitta il giorno in cui mi ha portato in dono una faccia contrita e un pacchetto di scuse, come se una che ti pianta la spada in mezzo al petto facendo marmellata delle tue interiora possa cavarsela così, a dirti scusami tanto ma meriti una meglio, e tu pensi che questa storia l’hai sentita tante volte, però dalla tua voce, e che non solo sei già morto ma sei anche già finito all’inferno a subire la dura legge del contrappasso. E mentre ripassavo tutti i miei sbagli e il grillo parlante mi ripeteva che la colpa era solo mia, per tutte le volte che non mi ero comportato come una merda pensando di amarla onorarla e rispettarla, per l’eccesso di occhi sbavanti che le avevo regalato senza preoccuparmi che lo meritasse o meno, per tutte le volte che mi ero autoconvinto che non c’erano tranelli nelle sue scuse, nelle sue bugie, nella sua testa da un’altra parte – ecco, mentre mi sbrodolavo in riflessioni sagge intanto stordivo il grillo con un sonnifero per poter esprimere in libertà l’ultima delle frasi che non andrebbero mai dette. «Sai qual è la cosa peggiore?», ho biascicato mentre Lei portava fuori dalla macchina le sue irresistibili e bianchissime cosce, «Che una cosa così bella, come con te, non mi era mai successa e probabilmente non mi succederà mai più». E Francesca, fino a quel momento inappuntabile nel ruolo affranto, di colpo si è tradita. «Ci mancherebbe che non avessi l’esclusiva», ha sorriso, e se n’è andata.
Ho telefonato a Umberto. Ho telefonato a Giulietta. Ho telefonato a mia mamma e a mio papà. A ciascuno di loro ho biasciato la stessa frase, La Stronza mi ha lasciato, penso di morire. Umberto stava giocando a tennis. Capisco Mattia, ti posso richiamare?, ha detto distratto da rumori di vento e racchette. Era ora che capitasse anche a te, scusami ma sto uscendo con uno, ha ghignato Giulietta. Gioia mia torna a casa, so quanto si soffre, ha provato a consolarmi mamma e poi è tornata a parlare dei fatti suoi. Da papà ha risposto la segreteria: siamo momentaneamente assenti, cantano in coro lui e la nuova fidanzata.
Sono rimasto solo in una macchina che non mi serve più e mentre scende il buio provo a ipotizzare come continuerebbe la mia vita se per assurdo decidessi (ma si possono decidere cose così?) di non morire d’amore. Non mi viene in mente niente e allora meglio fantasticare sull’opzione B. L’avevo avvisato, diranno al mio funerale con un misto di disappunto e dispiacere, l’avevo avvisato più volte: morire d’amore si può. Gliel’avevo detto anch’io ma non mi ha ascoltato, il testardo – continueranno, come se mi avessero suggerito di eliminare i grassi per abbassare il colesterolo. Bisognava proprio che ci pensasse prima, concluderanno uno dopo l’altro, come se esistesse una prevenzione sanitaria. E chiuderanno la bara gettando fiori bianchi sulla mia innocenza, perché sono morto giovane e sono morto d’amore. E intanto, prima del funerale, che faccio? Continuo a pensare che è stata colpa mia, non le ho dato abbastanza, non le ho manifestato con chiarezza i miei sentimenti. Basta, metto in moto. La chiamo, la seguo, le taglio la strada, metto sotto quell’altro e le dico che la amo, non mi sembra di averglielo mai detto. Siete d’accordo, voi che adesso sapete tutto? Non è stato quello il mio errore? Non gliel’ho mai detto, in fondo, quanto la amavo, tutto preoccupato di non starle col fiato sul collo, come mi suggeriva lei, ma secondo me è tutta una posa, vuole essere corteggiata, si sa, le donne sono così. Non l’ho adulata abbastanza. Ecco perché mi ha lasciato, mica perché non gliene frega niente, con quel sorriso, quelle lentiggini, mica è davvero una Stronza, mica è una che vuole l’esclusiva del dolore. Ho sbagliato tutto, colpa mia, dovevo dirle che l’amavo, dovevo dirglielo tutto il giorno, tutti i giorni, a chiare lettere, e quei vestitini scoperti dovevo impedirle di metterseli, e quella libertà di andarsene in giro dovevo tagliargliela, e tutte le cose che ho subito non dovevo subirle, e tutti i miei silenzi li dovevo squarciare e chiederle l’unica cosa che mi interessava: ma tu, con me, ci vuoi stare? Ma tu, con me, hai mai voluto starci? Mi pare di avere sentito un no, cretino, come altro te lo deve dire? Non me ne curo. Piuttosto vado, prima che sia tardi. Vado, posso ancora rimediare. Sì, lo so, avevo detto che morivo, ma se poi lei capisce cosa ha perso, come e quanto ha sbagliato, torna qui e mi trova morto? Vado, metto in moto. Secondo me è proprio il momento giusto.
 
[Nadia Terranova]
 
@ Foto di Giovanni Marrocco 

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