Il romanzo della boxe
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di Michele Lupo, 12 luglio 2012
Nome: Michele
Cognome: Lupo
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Bio: Michele Lupo, Insegnante e scrittore. Ha pubblicato il romanzo L’onda sulla pellicola (Besa editrice). Ora in libreria, la raccolta di racconti I fuoriusciti (Stilo editrice). Prossimamente il romanzo Rosso In Fuga (Cult editore).

Il romanzo della boxe

"Il Professionista" di W.C.Heinz - Giunti Editore

 

Non sarà un libro capitale del Novecento tout court – quanti possono esserlo in fondo? – ma certo un romanzo fondamentale sullo sport, argomento sui cui scrivere non è mai stato facile per nessuno, segnatamente sulla boxe – e si legge con gustoso interesse questo piccolo classico di W.C.Heinz, Il professionista (ora per l’editoreGiunti con la traduzione di Roberto Serrai, pp. 367, euro 12), l’unico racconto sul pugilato che abbia mai appassionato E. Hemingway, stando a quanto raccontava lo stesso autore dei 49 Racconti.
Heinz era in primo luogo un giornalista, un giornalista sportivo di fama, di quelli che avviarono il cosiddetto “new Journalism” che poi avrebbe visto all’opera firme come Tom Wolfe o Gay Telese. A Heinz piaceva così tanto raccontare che si cimentò con la letteratura, senza sfigurare, firmando con H. Richard Hornberger e lo pseudonimo Richard Hoover anche M*A*S*H, titolo da cui presero le mosse poi un noto film di Altman e una celeberrima serie televisiva di qualche decennio fa.
Il professionista (uscito per la prima volta nel 1958) è incentrato sulla figura di un pugile, che il narratore – un giornalista come l’autore – segue nella sua vita quotidiana per l’intero mese che precede l’incontro decisivo della vita, quello per il titolo mondiale.
Il titolo in certi momenti sembrerebbe quasi antifrastico, ché il professionista fatica a esser tale, non per incapacità, ma perché prima e oltre il ring deve combattere con tante situazioni che mettono a rischio il suo lavoro. Compreso il manager, figura non semplice che attraverso il pugile cerca anche lui il suo riscatto nella vita – e per questo non si fa scrupoli di nessun genere. Se nel film sulla boxe forse più importante della storia del cinema, il Toro Scatenato del duo Scorsese – De Niro si era in un drammone, qui tutto è più secco, asciutto. Ma non meno intenso se si segue la storia sino alla fine. Perché l’assunto di base è lo stesso, ossimorico anch’esso: nella vita di un boxeur che ha traguardi ambiziosi, c’è una programmazione lunga, meticolosa, in cui ogni dettaglio ha la sua importanza. Eppure, tutto può giocarsi in pochi attimi, e il lettore ha l’impressione che difficilmente si possa vivere con altrettanta intensità, senza momenti morti o errori o insensatezza. Del resto, la carriera di un atleta dura quel che dura.
La lezione di Hemingway è evidente nello stile, nella stringatezza evocativa di un’opera che finisce per costituire l’anello di congiunzione che arriva fino a uno scrittore notevolissimo come Elmor Leonard – anche qui è lo scrittore stesso a parlare. Nella prefazione Leonard scrive che il romanzo è uno “splendido esempio di prosa hard-boiled” e più avanti lascia intendere chiaramente che per lui è stato un libro decisivo, quello che lo aiutò più di altri a trovare un proprio stile. Far emergere i personaggi attraverso il loro modo di parlare, usare “disse” in luogo di tutti i sinonimi con cui si pensa di connotare meglio il racconto togliendoli invece credibilità perché come con gli avverbi non si fa che evidenziare la presenza dell’autore, laddove la forza di questa scrittura è sottrarsi il più possibile alla scena lasciandola ai protagonisti. E usare solo parole necessarie. Cose note, che di un certo modo di intendere l’arte del racconto – e dei dialoghi, bisogna aggiungere – in questo romanzo trovano una delle esemplificazioni più riuscite e meno note al grande pubblico.
 
[Michele Lupo]
 
@ Foto di Batsceba Hardy
Batsceba Hardy è un'artista dell'irrealtà. Risiede (momentaneamente) a Berlino – UrbanGallery Milano (via delle Foppette 2) ospita per tutto il mese di luglio la sua mostra 'Berlino istantanee'
www.batscebahardy.com
 
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