Dipartite
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di Pasquale Vitagliano, 16 agosto 2012
Nome: Pasquale
Cognome: Vitagliano
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Bio: Pasquale Vitagliano è poeta, giornalista e critico letterario. Scrive per diverse riviste nazionali. Nel 2006 ha curato l’Antologia della Poesia Erotica Contemporanea (Atì Editore), nel 2009 ha pubblicato la raccolta di poesie Amnesie amniotiche (Lietocolle editore). Nel 2012 è uscito il suo primo romanzo "Volevamo esser statue" Eumeswil editore.

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Il destino non zoppica mai

“Io non sono cattivo. È il mio destino cattivo.”
Daniele uscì dal cinema e questa frase del film gli rimase impressa nella testa. Si era fissata dentro e si ripeteva come un’eco. Per fortuna era andato al cinema all’ultimo spettacolo. Ormai era notte fonda: una dormita e l’indomani mattina se ne sarà andata via.
A svegliarlo fu il suono del cellulare. “La riunione sta questa sera per le nove. Mi raccomando non mancare. È quella decisiva.”
La nostra città ha una pianta a forma di ferro di cavallo. Ma non è una città fortunata. È una città senza spazio. Anzi, è una città senza luogo. Questo paese è il paradigma terrestre di uno strappo: incredibili ricchezze private e inaspettate doti individuali convivevano così con la più naturale e scontata irragionevolezza, con il più triste abbandono collettivo.
“Spiegami perché non dobbiamo entrare in amministrazione. Me lo sai spiegare?!” l’intervento di Roberto era cominciato sotto tono. Le sue prime parole erano uscite silenziosamente dalla sua bocca. Le pronunciava con gli occhi chiusi. Quasi si proteggesse nel penetrare lentamente l’ascolto dei membri di quel delicato direttivo partito. All’improvviso, il tono aveva cominciato a salire; fino a farsi grido. Grido minaccioso contro una sola persona: Daniele. Lui era l’estrema resistenza a quella decisione: lasciare le sicurezze dell’opposizione ed entrare nel governo della città.
Daniele cedette. E anche i suoi pensieri si arresero e fuggirono via. Cominciarono a girare per quella stanza fumosa, umida di passioni asciugate, saltando di angolo in angolo, cogliendo oggetti, particolari, mai osservati prima, che adesso assumevano un significato nuovo o ne assumevano uno, autonomo e distinto. Un manifesto strappato, che era lì da anni e nessuno toglieva, una fila di libri, libretti, opuscoli, alcuni nuovi, altri vecchi, addirittura degli anni cinquanta, testi di propaganda, manualetti di indottrinamento, qualche romanzo – Il rosso e il nero, I fratelli Karamazov, messi uno accanto all’altro per caso, come fossero esposti in un mercatino d’antiquariato. Un piccolo busto sopra una mensolina, fotografie di passate campagne elettorali, foto di grandi politici del passato, un piccolo posacenere di latta della Peroni e un volantino attaccato al muro di quando alla Festa del partito venne Sergio Endrigo. Come era triste Sergio Endrigo.
Daniele si sentiva ormai lontano. Eppure quella non fu una notte di sconfitta.
Fu la volta di Paolo, il segretario. Come sempre, una lunga pausa, preannunciava le sue parole. Si tolse, come faceva sempre, gli occhiali spessi da miope – senza forma, senza moda, eterni nella loro atemporalità – e con la mano destra, mentre il suo corpo si piegava nello sforzo fisico di raccogliere, dopo averla trovata, una qualsiasi soluzione si serrò gli occhi e poi, con un gesto pesantissimo, addomesticò i capelli verso dietro.
“La posizione di Roberto è solo apparentemente opposta a quella di Daniele.”
La riunione terminò così, dopo una lunga discussione che si protrasse oltre la mezza notte, celebrando la parola usata e abusata, senza parsimonia: la parola grossa, la parola volgare, la parola retorica, la parola inutile e sorda, priva o privata di una qualsiasi traccia di storia significante. Ogni decisione fu rinviata.
Al mattino, malgrado quella inutile notte bianca, il cellulare squillò di nuovo. “Non puoi tirarti fuori proprio adesso. Ci metti tutti nella merda. Vengo a prenderti e andiamo dal Senatore”. Era Roberto.
“Passo a prenderti con la moto”. A quella riunione riservata c’era Gino, detto lo zoppo. Daniele se ne meravigliò.
“Non ti preoccupare. È di assoluta fiducia.”
Daniele lo aveva visto bazzicare con altri gruppi politici. La peggio politica che lui aveva mai conosciuto. Non che il Senatore rappresentasse il meglio. È che lui almeno di politica ne capiva. Aveva studiato. Aveva una storia. Un giorno forse aveva anche avuto degli ideali, dei sogni, delle passioni.
Il giorno dopo in paese tutti sapevano di quell’incontro. Era cominciato lo scontro finale. Appena Daniele incontrò per strada Gino lo zoppo, questi lo evitò. Gli si avvicinò invece un altro strano personaggio. Aveva sempre partecipato alle riunioni. Ma non interveniva mai. Mai una parola. Mai un commento. Però era sempre là. Quasi che presidiasse il territorio.
“Posso offerti un caffè”, gli chiese.
“Certo”, rispose Daniele, con quella sua ostinata volontà di non privarsi una qualsiasi occasione di dialogo, di comprensione. “Le cose si mettono male. Ormai siamo incartati”, dette inizio così a una arringa lunga e verbosa che sulle prima sconcertò Daniele. Lui che non aveva mai parlato, non aveva mai preso posizione. Di tutto quel farraginoso ragionare non comprese granché, salvo un’espressione, quella finale. “Convinciti. Poi vedrai che un riconoscimento verrà dato anche a te.”
Per un istante lo colse un senso di vertigine. Daniele non comprendeva più nulla di quello che stava accadendo. Le gambe erano diventate pesanti. “Che ci faccio io qua?” solo il ripetersi questa domanda lo riposizionava nelle realtà e lo faceva sentire vivo. Non gli restava che il dott. Lotti. Aveva lavorato con lui agli inizi della carriera. Era stato il suo pretore dirigente. Si era distinto all’epoca di Tangentopoli. Lui solo, forse, poteva dargli una parola di conforto. Daniele aveva proprio bisogno di una parola vera. Non di un consiglio, ma di una voce che riuscisse a rimettere con autenticità il corpo e la sua anima in sintonia col mondo esterno impazzito.
“Devi avere pazienza. E non devi arrenderti. Non devi lasciare spazio agli altri. Se vai via, nessuno verrà a chiamarti. Altri occuperanno il tuo spazio. E tu sarai dimenticato. Non che questo deve essere un’ossessione per te. È che tutto il tuo impegno sarebbe stato inutilmente sprecato.”
Daniele si sentì rassicurato. Solo un particolare lo rifece cadere nel dubbio. Senza accorgersene, preso da quelle parole, si era trovato subito alla porta. “Adesso devo andare, Daniele, scusami. La prossima volta, ti prego, avvisami in tempo, così potrò dedicarti più tempo”. In un attimo, sbrigativamente, Daniele si trovò per strada, con le spalle al palazzo. Si mise le mani in tasca e toccò il libro. Si era dimenticato del regalo che aveva portato. Un libro di cui avevano parlato spesso. Ne era uscita da poco una nuova edizione, Lettera al mio giudice di Simenon. Si voltò e si diresse di nuovo verso il palazzo. Il pretore era già sceso per strada. Si avvicinò un’auto di grossa cilindrata. Si fermò e scese un uomo claudicante. Era proprio lui, Gino lo zoppo. Quello che ne nessuno voleva. Ma che tutti blandivano. Prese il pretore sotto il braccio. Sembrava che questi ascoltasse attentamente e assorbisse passivamente tutto quello che gli veniva detto. Fecero qualche passo. Poi si fermarono bruscamente. Lui ritornò in auto e ripartì. Il pretore resto immobile, a guardare fisso e inerte che l’auto sfilasse via. Sul lato opposto della strada si trovò di fronte Daniele.
I loro sguardi si incrociarono. Non un saluto. Non un cenno di qualsiasi tipo. Il pretore si voltò e anche lui scivolò via, a piedi, radendo il muro.
In quei giorni non si fece la storia di quella città.
 
[Pasquale Vitagliano]
 
@ Foto di Francesco Di Maio

 

 

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