L’Europa alla fine brucia, è di nuovo incandescente, le sue torri prepotenti, stupide imitazioni d’un mondo nuovo che da noi non è mai nato, sono in fiamme. Frammenti d’acciaio rovente piombano sul capo degli umani, sfondano le culle dei neonati, arroventano le angosce ghiacciate dei mendicanti occidentali del benessere. File di uomini e donne, rispondenti all’istinto d’una specie esausta, s’assiepano sui bordi degli edifici, in vetta, ai lati delle banchine ferroviarie, nell’imminenza dello sfrecciare dei treni, sul ciglio dei burroni, in attesa dell’attimo propizio in cui spiccare quel volo che le loro anime tarpate hanno lungamente sperato, senza mai essere in grado di compiere. Chi sopravvive, non ha la forza di testimoniare, poiché quando tutt’intorno è sfracello e ribollire di fuoco e gelo, nessuno ascolta. Pertanto, nessuno parla. Nei giorni terminali d’una rovina necessaria, ciò che colpirebbe chi ancora avesse in sé un frammento di sensibilità e affezione, è il silenzio: masse di individui inanimati e sonnambulici vanno incontro alla morte senza un fiato, s’inabissano per lo più per mano propria nel gorgoglio delle crepe, degli sbreghi della crosta terrestre, senza dire una parola, senza accennare un grido. Così le masse, dopo essere state toccate, in queste stesse terre, dal carisma folle d’un potere preistorico, d’un paganesimo assassino, alimentato da un tripudio di svastiche, di grida sgolate e isteriche, abbandonano anche l’idea d’un redentore, d’un messo del destino, e si gettano con l’ultima forza delle proprie ginocchia scheggiate nell’orrido che ogni cosa avvolge, nell’abisso della caduta infinita e senza fondo, dove il crepaccio è spazio senza pareti e tomba priva di contorno. E in tutto ciò, senza alcun senso a motivare i miei gesti, nel vuoto assoluto di spiegazione, indosso il cilicio e mi percuoto le carni assieme ad altri penitenti in una setta di eretici per l’impossibile salvezza dell’uomo, mentre dio resta oscenamente muto – quasi fosse anch’egli pietrificato dall’orrore, imbrancato con altri animali e uomini dal tratto ferino in un porcile, in un recinto dal perimetro incerto popolato da esseri lordi d’ogni sozzura e brancolanti in cerchio attorno a un totem di sventura: abitanti del disastro, terrificati dalla vita cresciuta contro se stessa, sbiancati residui dell’umano e perfino dell’animale, detenuti d’ogni risma e provenienza, sloggiati come dopo una guerra dai manicomi criminali del nostro immaginario di febbre e malattia. Lo vedi quel vecchio addobbato di cenci, lacero, chemioterapico, esalante dalle fauci e dai pori un afrore pestilenziale di palude e putredine? Chissà di quali colpe s’è macchiato, per essere finito così, per essersi meritato quelle suppurazioni sulla pelle, quelle ulcere che ne divorano lo sguardo cieco e folle, la testa che rotea in qua e in là. Scommetto che per nessun motivo al mondo correresti ad abbracciarlo. La tua pietà, al suo cospetto, sbatte contro un limite inaudito, non è vero? Neppure tu sei più capace di tenerezza di fronte a lui, non è così? E chi lo sarebbe? Lo vedi, anche tu lo vedi? Guardalo bene ancora per un istante, se ci riesci, sopporta ancora per poco le vescicole del ribrezzo che ti picchiettano le pupille. Lo capirai presto anche tu, perché adesso lo hai visto. Ecco, lui, lo sterminato, lui è dio.
[Andrea Sartori]
@ foto di Raffaello Ferone
marzo 25, 2012 alle 4:00 pm
Chère vieille Europe, cher vieux continent, putain autoritaire, aristocrate et libertaire, bourgeoise et ouvrière, pomponnée des grands siècles et colosses titubants. Regarde tes épaules voûtées, pas moyen d’épousseter d’un seul geste, d’un seul, les vieilles pellicules, tes peaux mortes d’hier et tabula rasa… D’ici on pourrait croire à de la pourriture noble et en suspension. Il flotte encore dans l’air de cette odeur de soufre.
Le fiamme si propagano. Rendiamo grazie alla voce incendiaria di chi, come Andrea, non teme di animare le braci che sotto la cenere sempre riposano.