Io sono un estraneo: sono tutto e niente
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di Franz Krauspenhaar, 27 settembre 2012
Nome: Franz
Cognome: Krauspenhaar
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Bio: Franz Krauspenhaar è uno scrittore. Ha pubblicato fra gli altri "Era mio padre", Fazi editore; "L’inquieto vivere segreto", Transeuropa edizioni; "1975", Caratterimobili editore; "La passione del calcio", Perdisapop; una raccolta poetica "Effekappa", Zona Editore e "Le monetine del Raphael", Gaffi Editore. A dicembre 2012 è uscita il poema "Biscotti selvaggi", Marco Saya editore.

Io sono un estraneo: sono tutto e niente

‟L’estraneo” di Tommaso Giagni, Einaudi editore

L’estraneo di Tommaso Giagni è un grande esordio; non promettente, voglio dire, ma proprio grande. Potrebbe essere il romanzo di un quarantenne con una cinquina di libri alle spalle, se non fosse che il protagonista ha un’età molto più vicina a quella dell’autore, ossia non ancora trentenne, che a quella di gran parte degli esordienti di bravura. Finalmente, aggiungo, un romanzo che non s’invischia per forza in una trama spesso ricercata per accattivarsi la carezza del pubblico; un romanzo che è la cronaca, tra isteria e contemplazione di una realtà troppo grande – quella di una Roma a compartimenti stagni, tra le rovine dei millenni e la borghesia piallata da abitudini in trasformazione verso il basso, e le quaresime della periferia incastonata nei casermoni e nei viali, come in un esilio da tutto. L’estraneo è il giovanissimo protagonista, che viene dalla Roma ‟di Quaresima” , s’è spostato ben presto nella vita in quella ‟delle Rovine” del centro storico – ma non solo, cioè finché le eterne antichità di Roma puntellano il territorio della megalopoli. Il padre è portiere di uno di quegli stabili umbertini, primo Novecento, dimora storica della borghesia romana, posti che s’inventano al mondo come vere e proprie oasi residenziali nel cuore di Roma. La vita reale tocca poco queste isole, nessuna metropoli vera all’orizzonte, come si può dire invece, dappertutto, di Milano; a Roma coesistono campagna, piccolo mare un po’ sporco, la storia delle rovine tirate a lucido, i quartieri intermedi, e poi quelli che Giagni chiama ‟di Quaresima” con intuizione intelligentissima. Dunque niente trama tra le strade e gli scorci di questa Roma schizofrenica, ma la cronaca assetata di vita e insieme cupa della vita quotidiana di un ragazzo, il protagonista, che ha scelto di staccarsi dal centro, in cui sostanzialmente è cresciuto, per tornare alle origini; è una sorta di ebreo errante che segue, all’atto della prima maturità esistenziale, la via delle radici, della propria poverissima tradizione, anche perché le rovine non l’hanno mai davvero accettato, impegnate come sono a crollare lentamente e da sempre, in un sottovuoto spinto fatto di pigrizia e mentalità ferma all’ineluttabile della caduta, quasi come l’impero fosse ancora, nella sostanza, in carica. Nel quartiere estremamente periferico il giovane ebreo errante trova provvisoria sistemazione da un amico, Andrea, che di professione fa il marchettaro; bel ragazzo, ruvido ma anche delicato quanto basta al (mix) sex appeal che le signore bene e mature ricercano per il loro piacere, ma in sostanza avulso dalla società, un disperato senza causa che vive praticamente in casa, salvo andare agli appuntamenti di lavoro da donne che vivono per l’appunto sdraiate tra le rovine. Il libro narra di un continuo ping pong tra un mondo e l’altro, come se Roma, questa non città ma espressione geografica infinita, che sfocia in un’indescrivibile metafisica, si sostanziasse di questi due poli opposti, dai quali il protagonista non sa uscire. Non sa uscire, preciso, perché il rapporto col padre, uomo semplice, non ha mai decollato; né ha mai decollato il rapporto con Marianna, coetanea nata e cresciuta tra le Rovine, che ha scelto come lui di andare in Quaresima ma solo per snobismo, come solo i ricchi possono fare: nel ricercare il fango ben sapendo che possono discostarsene quando arriva al livello di guardia, quando ha stancato, perché un diamante è per sempre. Lui no: lui è tornato nella melma per restarci, per trovarvi una vera ragione per vivere, una definitiva dimensione. Ha studiato arte, sta per andare all’università, ha pennellato le prime note alla colonna sonora del suo futuro. Ma questo ritorno alle origini si palesa come disperato; lui entra in vero contatto soltanto con i frequentatori della palestra dove fa body building, soltanto da alcuni di loro sente balzare un calore umano, che appunto proviene da una disperazione immensa, consustanziale. I cancelli della vita si chiudono, tutti, davanti a lui, in breve tempo; lui è l’Estraneo, colui che non riesce a stare da nessuna parte, che la non città schizofrenica non accoglie, e alla quale lui non riesce ad adattarsi; i rapporti umani con chi gli sta più vicino si deteriorano, questo mondo che gli tocca vivere diventa via via sempre più grande, ma il sentimento che gli restituisce è di estrema claustrofobia; Giagni è molto abile nel darci contezza quasi palpabile di questa chiusura irreversibile, ed è bravo anche nel raccontare un’implosione utilizzando diversi registri linguistici, (la lingua di Marianna, di una ‟bene” che si sforza d’essere coatta è ben diversa dalla sua, onesta, di studente); e poi le variazioni, che più la storia e il percorso umano del ragazzo si chiudono, afferrate dalla tenaglia della claustrofobia, più perdono come una specie di controllo anche semantico, e il romanaccio s’insinua così all’italiano colorito nel racconto di questo splendido io narrante: cosicché, in questa storia che ha del dickensiano e ci stringe sempre più il cuore senza indulgere in sentimentalismi, ci racconta l’estremo disagio (e il contagio, per dirla con il grande Walter Siti) di una mancata ambientazione; non solo al luogo in cui s’è scelto di vivere, ma alla vita stessa.

 

[Franz Krauspenhaar]
 
© foto di Batsceba Hardy
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