Volevamo esser statue
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di Pasquale Vitagliano, 20 settembre 2012
Nome: Pasquale
Cognome: Vitagliano
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Bio: Pasquale Vitagliano è poeta, giornalista e critico letterario. Scrive per diverse riviste nazionali. Nel 2006 ha curato l’Antologia della Poesia Erotica Contemporanea (Atì Editore), nel 2009 ha pubblicato la raccolta di poesie Amnesie amniotiche (Lietocolle editore). Nel 2012 è uscito il suo primo romanzo "Volevamo esser statue" Eumeswil editore.

Volevamo esser statue

Un'anteprima – Eumeswil edizioni

L’incompiuta

Avrebbe dovuto essere un magnifico monumento allo stupor mundi, ma della cattedrale di Federico II, a Venosa, furono innalzate solo le pareti laterali e la navata centrale. Dell’edificio è rimasta l’idea, e qualche pietra. Se anche una vita può essere una cattedrale incompiuta, allora quell’irresoluta architettura umana sono io.
In realtà, a vederla, l’incompiuta possiede una sua propria perfezione. La visitai in piena estate, quando il sole sulle Murge è bianco, abbacinante. Camminare sull’erba tra quelle mura senza tetto, sulle quali il cielo sembra stendere un velario, fu un’esperienza metafisica. Se cerco di immaginare la Combray di Proust, la sua cattedrale e i suoi paesaggi, mi viene in mente l’Incompiuta di Federico. A essa si accede dalla cosiddetta Chiesa Antica del complesso della Santissima Trinità,
eretto in epoche precedenti. Incassata nella navata sud è posta la tomba di Alberada di Buonalbergo, moglie di Roberto il Guiscardo, primo re normanno dell’Italia meridionale. Di fronte, nella navata nord, il sacello del marito, che la ripudiò senza che ciò impedisse loro di restare per l’eternità l’uno di fronte all’altro.
Assaggiai quel luogo in completa solitudine. Non c’erano fedeli. Non c’erano visitatori. A un certo punto apparve un sagrestano, storpio come Quasimodo, con un moschettone tintinnante di chiavi appeso ai pantaloni. Si offrì di farmi da guida per tutta la chiesa, anzi, lo pretese.
«Costruito ove, in tempi remoti, esisteva un tempio pagano dedicato alla divinità Imene, protettore del rito del matrimonio» così cominciò a recitare la sua litania grottesca, biascicando frasi con tono monocorde da una bocca resa collosa da una chiostra di denti marci.
«Il complesso della Santissima Trinità comprende due chiese. La Chiesa Antica risale all’epoca paleocristiana, sebbene fu in seguito modificata e restaurata dai longobardi e dai normanni. La Chiesa Nuova, ovvero l’Incompiuta, venne iniziata tra l’XI e il XII secolo per ampliare quella antica, sfruttando i materiali sottratti all’anfiteatro romano, ma la sua edificazione non fu mai portata a termine. Imene era figlio di Apollo e di Afrodite, ed era così efebico da essere spesso scambiato per una donna. Il mito narra che Imene perse la voce durante le nozze di Dioniso.»
La mia vita è stata una cattedrale incompiuta. Non pesco da reminiscenze letterarie di facile consumo se affermo che sono stato un politico non realizzato, un giornalista frustrato, un marito mancato. Non un fallito, che avrebbe un peso così drammatico da diventare una figura quasi eroica. Incompiuto è l’aggettivo giusto. E ormai non ne sento più alcun avvilimento.
In fondo ho centrato il quadrante vitale della mia esistenza, quello che incornicia il significato della vita di ciascuno di noi, ne traccia il segno caratterizzante – ha scritto Milan Kundera nell’Immortalità. Io mi sono sempre mosso nel quadrante dell’incompiutezza.
Dicono che all’età di nove anni sia possibile intuire il futuro percorso di vita di ciascuno. «Vuoi fare troppe cose. Ma alla fine non ne concludi mai nessuna» credo che mi abbia rimproverato mio padre quando avevo quell’età.
Non c’è dunque motivo per stare male con se stessi, per non accettarsi. Anche le epoche hanno il proprio quadrante. «La sinistra è in crisi perché si è ormai allontanata dai bisogni dei lavoratori.»
Lessi questa brutta frase in un’intervista rilasciata da un importante politico italiano. Un giornale nazionale l’aveva incontrato mentre era in vacanza a Cortina d’Ampezzo.
Lessi questa brutta frase in una pausa durante un pellegrinaggio a Sant’Anna di Stazzema. Là, a seicento metri di altitudine sulle Alpi Apuane, il 12 agosto del 1944 alcuni soldati e altri uomini con il volto coperto trucidarono più di cinquecento civili, quasi tutti donne e bambini. Oggi a Sant’Anna abitano non più di trenta persone. Appena si arriva in questo luogo c’è uno slargo, sfruttato come parcheggio dalle automobili. L’hanno chiamato piazza Anna Pardini, la più piccola vittima di quella strage. Aveva appena un mese. Questo è il nostro quadrante, oggi, in Italia: i politici di sinistra vanno a Cortina, mentre Sant’Anna è triste, affranta. Mentre camminavo ragazzo mi raggiunse la virtù vecchia e dalla polvere mi alzai dopo aver visto Sion, che della desiderata libertà è l’imago.
A rileggere questa goffa poesia non riesco a spiegarmi da dove sia uscita. Sì, è brutta, ma la scrissi quando avevo quindici anni e l’ho ritrovata sul diario del liceo, anno scolastico 1979-1980. L’avrò scritta per provare come mi sentissi nel ruolo del poeta. È stata una fortuna che non ne abbia più scritte altre. Altrimenti sarei stato anche un poeta incompiuto. Se la rileggo con attenzione, tuttavia, noto come essa possiede una lancetta invisibile che indica un altro angolo del mio quadrante, quello contrassegnato dalla parola «libertà», il liquido nel quale la mia incompiutezza è stata coltivata. Anzi, oggi posso dire con orgoglio che l’incompiutezza è il mare della libertà. E le cose che ho iniziato e non ho portato a termine non sono altro che i porti toccati e subito lasciati in questo viaggio senza termine che è stata la mia storia.
 
[Pasquale Vitagliano]
 
© foto di Gianluca Della Rocca

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