L’ultimo ballo di Charlot
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di Luigi Carrozzo, 29 novembre 2012
Nome: Luigi
Cognome: Carrozzo
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Bio: Luigi Carrozzo è editor e scrittore. È cofondatore di MacchiaUmana.

L’ultimo ballo di Charlot

Fabio Stassi, Sellerio editore

A Milano piove in maniera incessante ormai da quattro giorni. Il cielo è plumbeo come negli scontati cliché meneghini. Tutti i colori virano al grigio, patinati dalla cinerea chiusura di novembre. L’ultimo ballo di Charlot al contrario risplende di tonalità accese, dei caleidoscopici rossi, gialli, blu dei tendoni del circo, dei nasi dei clown, delle paillettes sfrontate delle acrobati. Eppure se fosse un film non potrebbe che essere in bianco e nero, un bianco e nero variopinto e spudorato. Potere della fantasia.

È il 24 dicembre 1971 quando la Morte in persona, per tener fede alla profezia di una leggiventura, va a trovare l’ormai anziano Charlie Chaplin per condurlo con sé nell’Aldilà (esistono, tra l’altro, nel nostro immaginario due icone più potenti e antitetiche di Charlot e della Morte con cappa e falce?). Il comico non ci sta. Suo figlio Christopher è ancora piccolo e vuole essere ancora al suo fianco, è troppo presto perché se la cavi senza un padre. Così propone una scommessa alla triste mietitrice, nella migliore tradizione bergmaniana; se riuscirà a farla ridere si guadagnerà un altro anno di vita. E così sia.
Il romanzo comincia da qui, Charlot vincerà la scommessa per sette volte, garantendosi sette anni di vita. In questo tempo guadagnato ne approfitta per scrivere una lunga lettera al figliolo, per raccontargli gli inizi della sua avventura, aneddoti che nessuno conosce, neppure i biografi, neppure il più accalorato degli ammiratori. La storia si sgomitola dai vaudeville inglesi di inizio Novecento, fino alle picaresche avventure nel Nuovo mondo, sbarcando il lunario con mille mestieri, dal pugile al tipografo, dall’imbalsamatore al fabbricante di candele allo scrittore di didascalie per la neonata industria cinematografica. Troppe avventure per non essere vere, troppo vere per essere reali. ‟Quante volte si nasce nella vita, così tante che bisogna imparare subito ad allevarsi da sé, a non smettere mai di nascere” e infatti the Tramp rinasce a ogni pagina, fuggendo da se stesso e dai legacci di una monotonia insopportata, andando a cercare un posto nel mondo che sia finalmente suo (pia illusione per chi è nato in una carovana di circensi nomadi) e al contempo lanciandosi in cacce frenetiche, di sogni, illusioni, amori e disamori. Fino ad arrivare a un finale meraviglioso e commovente, all’altezza dell’artista siderale che fu Charlie Chaplin.
L’ultimo ballo di Charlot è un trionfo della parola, un cabaret di aneddoti magistrali esplosi dall’immaginazione di Stassi come tanti fuochi pirotecnici. Ed è questa la cosa che più impressiona, la molteplicità delle narrazioni, l’esattezza, la profondità e insieme la leggerezza della miriade di tanti microracconti incastonati nel romanzo, piccoli gioielli che da soli potrebbero essere spunto per altrettanti volumi, come il personaggio di Balbetta Groogan il pugile che tartaglia, o la storia di Archibald Lawster l’imbalsamatore, che in un impeto di passione e follia si era fatto balenare l’idea di imbalsamare la moglie defunta, o i viaggiatori menzogneri che Chaplin incontra sul treno per Youngstown che infarciscono di bugie le loro vite per dare dignità a un’esistenza miserabile. Appunto, i comprimari come costellazioni che incrociano il viaggio del Vagabondo, incontri angelici, epifanie di venture.
La vita inenarrata e fantasticata di Chaplin saltabecca in queste pagine come una favola da focolare, di quelle dickensiane da raccontarsi sbocconcellando caldarroste. Fabio Stassi si conferma un grande narratore, dal respiro internazionale, capace di avvolgere il lettore nel racconto e trasportarlo
‟a cavalcioni delle parole” nella favola che fu la vita danzata di Charlot.
 
[Luigi Carrozzo]
 
© foto di Sabrina Minetti

 

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