Storia dell’orso Ted
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di Guido Tedoldi, 15 novembre 2012
Nome: Guido
Cognome: Tedoldi
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Bio: Guido Tedoldi era un operaio, è stato un giornalista sarà un intellettuale del web.

Storia dell’orso Ted

O del diritto che i quarantenni si sono presi di valorizzare i propri riferimenti culturali

Dopo la visione del film Ted, regia/soggetto/sceneggiatura di Seth MacFarlane, con Mark Wahlberg, Mila Kunis e Ted l’orso di peluche, Usa 2012, distribuzione Universal.

Ted è un film generazionale, nel senso che è stato girato da un regista nato nel 1973 per essere goduto e capito da suoi coetanei sparsi sulle due sponde dell’Oceano Atlantico. Poi Ted è anche un orso di peluche reso vivo dal forte desiderio di un bambino di Boston nel 1985, e cresciuto con lui nel bene e nel male compresa una certa propensione all’uso di droghe, ma a scopo ludico e non tanto da diventare dipendente, e a una certa esuberanza sessuale, per quanto in gran parte spesa all’interno di una relazione stabile (con una ragazza in carne e ossa, non con un’orsetta di peluche).

Per quanto riguarda l’atmosfera mentale, questa narrazione si basa sull’assunto che ogni generazione ha i propri riferimenti culturali, i quali in sintesi sono la rielaborazione più o meno cosciente effettuata dai suoi componenti dei libri letti, dei film visti, della musica ascoltata, e dei fumetti, delle mostre d’arte, delle gite scolastiche ecc. ecc. ecc. I riferimenti di chi oggi ha quarant’anni circa provengono direttamente dagli anni ’70 e ’80, quando al cinema c’erano i film di Guerre Stellari e Flash Gordon, in tv imperversavano i cartoni animati giapponesi, in cima alle classifiche di vendita musicali c’erano la disco music e la British Invasion dei Duran Duran.
Qualche differenza tra nazione e nazione, o meglio tra continente e continente vista la pervasività in Occidente dei prodotti statunitensi, magari c’era – ma insomma dovremmo esserci capiti. Se un film hollywoodiano è zeppo di citazioni che un bambino di Boston nato nel 1977 ricorda con nostalgia, anche un bambino nato a Milano o Helsinki nello stesso periodo prova nostalgia più o meno allo stesso modo.
La vicenda si svolge nel 2012 quando John, il bambino che desiderò fortemente che il suo orsacchiotto vivesse, ha 35 anni d’età e vive ancora a Boston, fidanzato da quattro anni con Lori. Il suo migliore amico è Ted, che vive con loro e ha un certo successo nel mondo del jet set (ha avuto, tra le altre, una storia di sesso con Norah Jones) perché per un periodo è stato quasi famoso come ospite nei salotti televisivi. John e Ted sono rimbombamici, perché entrambi sono terrorizzati dai temporali e si sostengono a vicenda tra un rimbombo e l’altro. John non è più il ragazzino sfigato e solitario che era, con l’età è riuscito a costruirsi un’immagine sociale soddisfacente, ma Ted è sempre il suo amico più fidato, quello con cui fa tardi la mattina prima di andare al lavoro in un autonoleggio.
Lori è segretaria in un ufficio prestigioso ed è corteggiata dal capo miliardario, ma aspetta la proposta di matrimonio di John. Quando questi finalmente si decide, lei gli pone una condizione: che Ted vada a vivere da solo perché un uomo adulto ragionevole deve pensare alla famiglia e al successo professionale, e non può permettersi di perdere tempo con il suo amico orso mentre gli anni migliori se ne vanno. Così Ted si trova un appartamento in affitto e viene assunto come commesso in un supermercato. Qui incontra la collega Tami-Lynn, ragazza supervistosa, e si fidanza con lei.
Una sera Lori viene invitata a una festa a casa del capo, e ci porta il moroso John. Ma arriva una telefonata di Ted: anche lui ha organizzato una festa a casa propria alla quale partecipa l’attore Sam J. Jones, il mitico interprete del film su Flash Gordon del 1980. John è combattuto, e decide di prendersi una mezz’oretta per andare a conoscere uno dei suoi idoli, di cui sa praticamente a memoria tutte le battute. Le cose, come spesso succede in questi casi, degenerano: la festa con l’attore diventa un bagordo a base di cocaina, e c’è una rissa col vicino di casa cinese a causa di un muro sfondato a mani nude da Jones dopo che Ted gli ha chiesto una specie di prova di forza («Se sei veramente Flash Gordon, non avrai problemi a sfondare la parete a mani nude», e crash, Flash butta davvero giù i mattoni). La rissa coinvolge anche Ted, il quale si trova a combattere mani contro becco con un’oca pronta a essere uccisa e mangiata dal cinese, ma solidale con lui quando c’è da menar le… be’, le mani, o i loro equivalenti come sa qualsiasi spettatore di cartoni animati con protagonisti gli animali.
Alla fine della serata Lori lascia John. Ormai le è chiaro che non diventerà un uomo adulto e ragionevole secondo tutti i crismi. Sì, ok, lui promette che cambierà ecc. ecc. ecc. ma non fanno sempre così tutti i maschi emotivamente immaturi (secondo la cara vecchia morale dei padri dei padri dei nostri padri) dei film americani? Per cui il matrimonio non si può fare.
John, sconvolto dalla notizia, dà tutta la colpa a Ted, e decide di troncare l’amicizia.
Ted, rimasto solo, riceve la visita di uno psicopatico che lo rapisce per fare di lui il giocattolo del figlio, psicopatico pure lui perché cresciuto in solitudine in una stanza spoglia con un solo giocattolo: un cavallino a dondolo d’antiquariato. Inoltre il ragazzino ha guardato poca tv perché l’apparecchio di casa è monopolizzato dal padre appassionato di karaoke.
Siccome Ted è un orso intraprendente, riesce a fuggire e a telefonare a John, il quale chiama la polizia. La fuga si conclude a Fenway Park, il mitico stadio di baseball dei Boston Red Sox. Ted è inseguito dallo psicopatico sul pilone più alto dello stadio, con dietro John. Tira tu, tiro io, non cadere ecc. ecc. ecc… e l’orso ha la peggio: si strappa e precipita spezzato al suolo, con l’imbottitura che cade al rallentatore volando incerta come neve.
Se il film fosse stato prodotto negli anni ’50 o ’60, questa sarebbe stata la penultima scena. L’ultima avrebbe avuto un sottofondo di musica strappalacrime e avrebbe mostrato lo psicopatico arrestato per orsicidio, con una carrellata spazio-temporale su John maturato tutto d’un botto grazie a questo dolore fortissimo e pronto a diventare uno schiacciasassi sul lavoro, avviato sulla strada del successo economico senza nemmeno più la paura dei temporali. E Lori, naturalmente, avrebbe pianto le lacrime della moglie (finalmente moglie) innamorata del marito e pronta a dargli tutto il sostegno morale necessario.
Per Ted, al massimo, sarebbe stata costruita una lapide del miglior marmo.
Ma siamo nel 2012. Seth MacFarlane, il deus ex machina di questo film, è quello che ha prodotto le serie a cartoni animati dei «Griffin» e di «American Dad». Il suo discorso è molto più sottile e profondo. Siccome John è cresciuto con certi riferimenti culturali, il suo orsetto di peluche non può morire così: ci vuole almeno un tentativo di salvataggio, qualcosa di simile a un’operazione a cuore aperto in cui l’imbottitura viene rimessa al suo posto e il corpo spezzato dell’orso viene ricomposto perfettamente.
A eseguire l’intervento è Lori, che da bambina aveva ricevuto in regalo dalla mamma una scatola di fili e aghi, e magari non l’ha usata quasi mai però… be’, una brava bambina americana certe cose le sa fare. Ted non può morire.
E infatti non muore mica. Lo salvano!
Questo finale da XXI secolo è reso possibile dal contesto culturale. Che è fatto di particolari i quali spiegano meglio di tanti discorsi cosa succede.
Per esempio, quando John chiama la polizia, la sua frase è: «Aiuto, hanno rapito il mio orsacchiotto». E dalla centrale cosa fanno? Inviano delle volanti a sirene spiegate! Non si mettono a ridere prendendo pure in giro questo adulto un po’ pazzo un po’ patetico. O forse sì, qualcuno in centrale ride. Ma alcune volanti hanno a bordo poliziotti quarantenni, che condividono gli stessi riferimenti culturali di John… e quindi per loro è ovvio accorrere in aiuto di un coetaneo emozionato e sofferente per il suo orso.
E altro esempio: cosa succede allo psicopatico? Viene arrestato, sì. Ma poi il giudice lo rilascia giudicando irrisoria l’accusa di rapimento d’orsacchiotto. Non fa nemmeno finta, il giudice, di credere di dover comminare una condanna per un episodio normale (non folle, normale) ma di minuscola rilevanza penale.
La cultura dei telefilm di fantascienza, dei cartoni animati con animali, della musica facile per cui non servono chissà quali studi di conservatorio – è entrata nel mondo con la forza dei numeri di una generazione, milioni di ex bambini ora quarantenni, tutti che vedevano i cartoni animati con gli animali antropomorfi e ascoltavano i Duran Duran, e il cui migliore amico (perlomeno fintanto che non erano in compagnia di altri bambini) era un orso di peluche.
 
[Guido Tedoldi]
 

© foto di Sabrina Minetti

 

 

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