Un bicchiere di vino rosso
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di Fernando Coratelli, 22 novembre 2012
Nome: Fernando
Cognome: Coratelli
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Bio: Fernando Coratelli è editor e scrittore. Ha pubblicato i romanzi "Altrotempo" con Cadmo editore, "Quando il comunismo finì a tavola" con CaratteriMobili editore e il racconto "Lì dove niente può succedere" con Lite Editions. A giugno 2013 è uscito il suo nuovo romanzo "La resa" con Gaffi editore.

Un bicchiere di vino rosso

“Voi, onesti farabutti” di Simone Ghelli – ed. CaratteriMobili

Succede, talvolta, di cominciare a leggere un libro e rendersi conto seduta stante che quella storia arriva da lontano, che l'autore ti ha già immerso fino al collo dentro la narrazione. Questa sensazione l'ho provata leggendo Voi, onesti farabutti, ultima fatica letteraria del “precario” Simone Ghelli (CaratteriMobili editore).

“Mio nonno ne beve un dito ancora” – inizia così la vicenda; e in quel “ne” e in quell'“ancora” c'è tutto il protagonista di questa storia: il nonno dell'io narrante che è il vero fulcro della narrazione. Il nonno partigiano, comunista, il nonno che ha fatto la Resistenza. Simone Ghelli traccia attraverso il nipote (che parla) uno spaccato toscano di cinquant'anni, dove il nonno rappresenta la memoria storica, l'aggancio a una nuova resistenza sotterranea e forse per quello più difficile: resistere oggi alla martellate che subisce il sistema, il cosiddetto “welfare”, da tutte le angolazioni. Un sistema costruito e creato sul sangue dei nonni, che bevevano vino, che passavano le giornate alla Casa del popolo ma che avevano messo in piedi, con le loro mani, un mondo un poco migliore di quello in cui erano cresciuti loro.
Il “Voi” del titolo è ambivalente, si riferisce sia a chi – come il nonno – ha avuto l'ardire di resistere e liberare l'Italia durante la Seconda guerra mondiale, sia a chi – come l'io narrante della storia – ha la malsana idea oggi di difendere e mantenere viva la Resistenza tout court. Onesti e farabutti, ci dice Ghelli, sì, ammettiamolo: chi resiste oggi è un farabutto, che non si piega alla volontà bolscevica e pecorona di un Paese allo sbando. Come il pazzo del villaggio un tempo. E di pazzi nel romanzo si parla, eccome. Già, perché il protagonista farà l'obiettore di coscienza in un ospedale psichiatrico e sarà lì che avverrà una sorta di epifania – drammatica ma realistica. Dei pazzi ci si può liberare solo eliminandoli? Questo lo sgomento che pervade il farabutto io narrante.
Una storia fra comunismo e anarchia, tra passato e presente con l'amara consapevolezza che il futuro non c'è, non si vede – ché la salvezza passi attraverso la memoria tutta: i libri che l'io narrante dice di avere preso “per ricordo: ma chiusi, con le loro parole così difficili che gli occhiali non ti bastavano, nonno. Li ho portati in salvo”. E le pagine accorate in cui il nipote chiede al nonno di intercedere verso la platea del futuro e giustificarlo agli occhi del mondo. Del resto “l'avreste pensato, voi partigiani, che la storia sarebbe stata sempre di pochi, che i nipoti avrebbero dovuto subire l'onta di una nuova occupazione?” Credo di potere rispondere io per il narratore con un secco “no, non lo avevano pensato”.
Un romanzo che si legge tutto di un fiato, come un bicchiere di Chianti, e allo stesso modo quando si mette giù il calice, o il libro, si prova una vertigine. Simone Ghelli ha una scrittura potente, colorata di un toscanismo mai eccessivo tuttavia persistente, anzi di resistenza, come la storia che narra, come il nonno la cui memoria salva.
 
[Fernando Coratelli]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
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