Bamboccioni voodoo
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di Pee Gee Daniel, 11 aprile 2013
Nome: Pee Gee
Cognome: Daniel
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Bio: Nato a Torino, abita ad Alessandria. Laureato in filosofia, collabora con la costituenda compagnia teatrale diretta da Antonella Musiello per la messa in scena della sua commedia “Guerra lampo, o le manovre belliche del Commendator Masticaferro Agenore”. Nel maggio 2012 ha pubblicato il romanzo “Gigi il bastardo (& le sue 5 morti)” per le Edizioni Montag. Un secondo romanzo dal titolo “Il politico” verrà pubblicato a breve dalla casa editrice romana Qulture.

Bamboccioni voodoo

Marco Candida, Historica edizioni

Inizierò la presente recensione alla raccolta di racconti di Marco Candida con un breve preambolo che, come tutti i preliminari, potrà anche suonare superfluo agli spiriti più precipitosi, ma che – si sa – tornano sempre utili… Cominciamo col dire che il tema di fondo, che attraversa quasi tutti i racconti e che si può peraltro evincere sin dal titolo, ne fa un libro eminentemente sociale o, ancor meglio, politico (come del resto lo sono tutti gli horror che si rispettino, genere in cui, pur qua e là refrattariamente, questa raccolta rientra: ancor più politici risultano poi gli horror nella loro declinazione spaghetti. Basti dare una scorsa alla filmografia di Lucio Fulci o di Margheriti). Secondo punto è l’impasse in cui inevitabilmente si ritrova uno scrittore che si cali nel ruolo di recensore di un collega: rischia spesso di finire come quel ristoratore di mia conoscenza che, ogni qual volta si andasse a mangiare in giro insieme, teneva a fine pasto a convocare presso il proprio tavolo il gestore concorrente per affibbiargli pessimi giudizi; con la tragica aggiunta che se poi vi fosse saltato in mente di andare a cena nel locale del mio amico, avreste trovato ad attendervi un desolante piatto di agnolotti acquosi e stracotti. Terzo e ultimo appunto, se anche il recensore, come chiunque, è buona norma si attenga a un metodo per non disperdere confusamente le proprie energie (evenienza quanto mai plausibile nel caso di un eterogeneo ensemble come questo), sceglierò quale centro euclideo (o copernicano) intorno a cui elaborare la mia disamina il racconto Per un abbraccio a Stephen King perché è un racconto che mi è particolarmente piaciuto (e che già congratulandomi privatamente con l'autore non ho esitato a definire un capolavoro), si distingue dagli altri visto che qui il motivo dominante degli ultratrentenni senza stipendio fisso né speranze future si fa sentire meno (benché anche il suo semiautobiografico protagonista si autodenunci a più riprese come un loser squattrinato, ma per lo meno non a carico dei genitori, visto che risiede nel continente nordamericano), ma al contempo rappresenta una sorta di “summa”, o collettore, delle diverse anime che sostanziano l’intera raccolta. E da questo centro d’elezione tenterò di irradiare la mia analisi anche sulla gran parte degli altri racconti.

Il plot è presto riassunto: Marino in compagnia della girlfriend Nancy, con la quale il rapporto è più che vacillante, si mette in viaggio attraverso il gelido inverno statunitense tenendo a meta il Maine e, più segnatamente, il domicilio di quello che, con un’antonomasia un po’ ritrita, si suole definire il Re del Brivido. King qui è il nume tutelare del genere, è il dominus della produzione orrorifica: primus inter pares rispetto alla “patristica” horror che Candida non manca altrove di omaggiare, come E.A. Poe o Lovecraft. A quest’ultimo, per esempio, è dedicata buona parte del racconto The Mist, in parte incentrato su un evento disturbante e terribile, scaturito dall’omonima opera kinghiana e dal film che ne è stato tratto, per altra parte contiene invece un trattato di critica letteraria, e di poetica, in nuce, in cui il grafomane di Providence viene appunto accostato e contrapposto a quello di Bangor. Ne nasce una felice dicotomia, dentro la quale l’uno rappresenta un orrore old school tutto giocato nel sottrarre ai lettori quanti più elementi possibile, più che altro suggerendo loro motivi spaventosi e aspettandosi che il resto dell’effetto venga completato dalla loro immaginazione, versus l’horror esibito, dettagliato, materico e quasi molecolare di King. Questi viene peraltro trasvalutato dal racconto di Candida che lo vede coprotagonista, rispetto all’idea di un sano professionista dall’approccio razionale e dalle simpatie filodemocratiche, che di lui ci si può fare scorrendo le cronache: per contro il King di Candida è, nel privato, tal quale a certi protagonisti delle sue storie più assurde e inverosimili. È un arcigno figuro, trincerato all’interno delle mura spettrali della sua villa, spiato a difendersi dalle moleste visite dei fans grazie a una sorta di sfera magica e a un librone simil-Necronomicon, strappato in un’asta occulta a un altro rinomato razionalista del pari di Eco. Del resto un gusto citazionistico tipicamente po-mo attraversa buona parte delle pagine di questa raccolta, che non è mai erudito e fine a se stesso, ma interpretativo e, in qualche maniera, demistificatorio, come si nota altrettanto bene nell’altro magistrale racconto Disco Volante Michael Jackson, che curiosamente il suo autore sembra voler liquidare come kitsch e che – a parte il fatto che quando il kitsch viene compiuto consapevolmente diventa camp – risulta nulla di tutto questo, ma semmai un lucido esempio di letteratura contemporanea che riutilizza e riorganizza a proprio uso e consumo stilemi da narrativa di basso/veloce consumo con intenti più nobili e meglio mirati.
Un’altra caratteristica fondante del lavoro di Marco Candida è l’ironia che, tagliente ma mai ingombrante, illumina l’intera raccolta, attraverso la forza spesso canzonatoria del linguaggio (basti ricordare la bizzarra figura dell’ingegnere-fantasma, nonché appassionato di Dj Francesco, di Decoder Sky), oppure per mezzo della catacresi che l’autore depriva di ogni afflato simbolico, transustanziandone la materia stessa del racconto, come per l’uomo che, perso il lavoro, cade letteralmente in pezzi o il romanzo che brucia letteralmente i propri lettori, o ancora l’autrice che redige letteralmente col sangue i propri scritti…
Per tornare al racconto in esame, personalmente ho sempre creduto che il genio di King fosse in larga parte inespresso e che se solo si fosse fermato un attimo e, anziché scrivere a cottimo tre romanzi all’anno, ne avesse scritto uno in un paio d’anni, avrebbe dato alla luce il suo grande capolavoro. Pressappoco sembra pensarla come me il personaggio egorelato di Marino, cui il suo creatore affida, tramite un gustosissimo grammelot italian-english che si instaura tra la coppietta durante il lungo spostamento by car, una critica ambivalente al noto autore di riferimento. Ma ciò non basta: verso il finale, che è a dir poco geniale, e in cui la precedente idolatria si ribalta in una descrizione grottesca e venefica, King viene rivelato nella sua dimensione domestica, alle prese con il sistema a catena di montaggio in cui tutti i più stretti congiunti vengono messi sotto dal celebre capofamiglia nelle vesti di ghost-writers per le sue produzioni narrative in serie. Anche qui l’aspetto più esaltante, sotto il profilo strettamente letterario, è il linguaggio divertentissimo e inventivo che Candida mette in bocca a questa famiglia strampalata e di cui invito tutti quanti ad accertarsi di persona: davvero imperdibile!
Personalmente ho anche capito, più di recente, che King i suoi bei capolavori li ha in realtà già prodotti e sono lì, sotto gli occhi del mondo: Stand by me (anche criptocitato da Candida nell’accenno al ragazzino ciccione che partecipa alla gara di torte), La zona morta, Dolores Claiborne restano pietre miliari. Ma oltre a questi ci sono gioielli inestimabili come il racconto breve La giusta estensione (al quale, sia detto en passant, mi sembra si rifaccia vagamente Hobson, sempre di Candida), tutto giocato sulla rivisitazione del topos della compravendita faustiana dell’anima, che innesca un’ammirevole girandola di caustiche meditazioni circa la natura dei rapporti interpersonali. Lì, in pratica, l’“ossessione smerciabile” di King – per ricorrere a un’espressione autodenigratoria di suo stesso conio – si dimostra ancora una volta perfettamente compatibile con un grande, fenomenale mestiere.
E il racconto di Marco Candida da me stringatamente esaminato non vale di meno.
 
[Pee Gee Daniel]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
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