Orongo # 6
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di Franz Krauspenhaar, 25 aprile 2013
Nome: Franz
Cognome: Krauspenhaar
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Bio: Franz Krauspenhaar è uno scrittore. Ha pubblicato fra gli altri "Era mio padre", Fazi editore; "L’inquieto vivere segreto", Transeuropa edizioni; "1975", Caratterimobili editore; "La passione del calcio", Perdisapop; una raccolta poetica "Effekappa", Zona Editore e "Le monetine del Raphael", Gaffi Editore. A dicembre 2012 è uscita il poema "Biscotti selvaggi", Marco Saya editore.

Orongo # 6

Senza frontiere

A Orongo il sindaco Menendez vorrebbe far costruire un porto sul fiume Aguirre, peccato che detto fiume sia poco più di un torrente. Allora un gruppo di assessori ha creato un partito politico unicamente per far passare la legge sul porto. Per far cominciare i lavori, gli assessori di partito hanno costruito un plastico del porto, poi hanno firmato una delibera per rendere il plastico il vero porto di Orongo. A quel punto hanno chiesto i finanziamenti. Da Montevideo un ispettore del ministero ha verificato che il plastico fosse funzionante e ha fatto mandare i finanziamenti per la costruzione del plastico, peraltro già costruito.

 
Il sindaco Manuel Pedro Menendez ha deciso di far costruire un eros center a Orongo, sulla falsariga di quelli tedeschi. Lo farà chiamare “Laurel & Hardy”. Gli oronghesi, e non solo loro, arriveranno a frotte anche perché quello sarà il primo eros center comico. Spettacolini di varietà saranno dati ventiquattr’ore su ventiquattro nella hall, e a richiesta in camera, anche durante la prestazione sessuale. Dall’Uruguay sono partite le prime prenotazioni. Dal Brasile le prime professioniste dell’amore.
 
Non è ancora stato chiarito, in circa cento anni, se Orongo ha le frontiere o no. Teoricamente dovrebbe confinare a est con l’Uruguay, a ovest con la Brianza, a sud o a nord col Brasile, a est col Maradagal. Ma tutto è confuso, ci sono stati durante gli anni vari avvistamenti di posti di frontiera tra Orongo e il Maradagal che il giorno dopo scomparivano a ogni tipo di ricognizione. Varie volte erano stati avvistati dei doganieri alti non più di un metro e venti alla frontiera tra Orongo e il Brasile, e qualcuno aveva giurato di aver visto un giaguaro di passaggio sbranare i quattro piccoli doganieri, che continuavano a urlare in falsetto anche da dentro le fauci dell’animale.
 
A volte, soprattutto quando sono a Orongo da pochi giorni, a volte addirittura all’aeroporto Varela, appena atterrato dal viaggio transoceanico, vedo in lontananza la sagoma di mio padre, che qui tutti chiamano Pedro. Lui da vivo si chiamava Carl, o Karlo, e invece qui lo chiamano tutti Pedro, ed è uno dei fantasmi più onesti e diritti del paese. Pedro è dimagrito, è cresciuto di una decina di centimetri, e ha dei baffi un po’ alla Hitler. Beve il mate, fuma il sigaro, ogni tanto inforca gli occhiali rotondi e legge il giornale seduto su una panchina. A Orongo è abbastanza conosciuto, ogni tanto sparisce e tutti sanno che è andato in missione fuori dal nostro mondo. Ma non tardi mai molto, nel giro di qualche giorno mio padre Pedro è tornato. Scambiamo qualche chiacchiera, sono sempre emozionato quando ci parliamo, lui mi sembra stare benissimo, ha tutto quello che gli serve, soprattutto una panchina nel parco di Ardiles, vicino al municipio, dove si siede a leggere, a fumare, a bere il mate, qualche volta a mangiare un sandwich di pollo o tacchino. Ogni tanto, verso mezzogiorno, passo dal parco e do una bottiglia di birra a mio padre e un paio di bicchieri di plastica. Lui non smette di leggere il giornale, fa un gesto di ringraziamento con la testa e continua, nel mentre afferra la bottiglia con i bicchieri bianchi sopra. Io mi allontano subito, felice di aver ritrovato mio padre, che si chiama Pedro.
 
[Franz Krauspenhaar]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
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