Parole dal pretorio # 2
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di Ascoli-Vitagliano, 25 aprile 2013
Nome: Angelo-Pasquale
Cognome: Ascoli-Vitagliano
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Bio: Angelo Ascoli, giornalista, è l'attuale direttore del settimanale "Diva e Donna". Pasquale Vitagliano è poeta, giornalista e critico letterario. Scrive per diverse riviste nazionali. Nel 2006 ha curato l’Antologia della Poesia Erotica Contemporanea (Atì Editore), nel 2009 ha pubblicato la raccolta di poesie Amnesie amniotiche (Lietocolle editore). Nel 2012 è uscito il suo primo romanzo "Volevamo esser statue" Eumeswil editore.

Parole dal pretorio # 2

Ventidue lettere per un mistero

Prima mossa

 
“Non dimenticare le lettere agli amici.” Ho trovato questo appunto su una agenda di tanti anni fa. Alla data del 23 settembre 1989. Non ricordo affatto quale smemoratezza l’avesse prodotto, né quale futuro preannunciasse allora. Proprio quel giorno. Oggi direi niente di importante. Eppure quell’invito rimasto appeso a quella data lontana, ha conservato fino a oggi il calore di un precetto. Anzi, rende bene lo sforzo che ho fatto prima di riuscire a scriverti. Ormai mi sono disabituato a mettere sulla carta parole che siano state sentite e pensate, non in superficie, ma intimamente, che non siano l’automatico incatenamento di formulari, atti, avvisi, comunicazioni, diffide, ordinanze, missive, al massimo auguri di cerimonia. Devo confessarti però che c’è dell’altro. Ciò che è accaduto negli ultimi giorni mi ha turbato profondamente, mi ha disorientato. Tutto così in fretta, persino la partenza per Potenza. Non ci siamo neppure salutati. È stata dura raccogliere i cocci. Li sto ancora cercando.
Avrei voluto telefonarti. No. Mi sono fermato in tempo, per fortuna. Ed eccomi qua a muovere la prima mossa di questo gioco di parole.
È diventato difficile scrivere una lettera, vedrai. Ma, non so come dirti, superato il grande scoglio iniziale ti dà meno sofferenza. Diventa quasi una terapia, un esercizio contro lo stress. Alla fine, ti senti meglio.
Ti avevo accennato alla possibilità di un mio trasferimento. Adesso, ripensandoci, te ne avrò parlato più per la paura di perdere le nostre lunghe e inutili chiacchierate d’insonnia, che per l’importanza e la delicatezza di questa novità professionale. Il clima in ufficio era da tempo diventato pesante ed io non ho fatto nulla per evitare questo sbocco naturale. Al contrario.
Mi dispiace solo non averti avuto accanto in quei giorni d’attesa della comunicazione formale di una notizia che tutti in Procura si compiacevano di conoscere in anticipo. Tu eri, me lo ricordo, fuori città per un servizio. Solo io dovevo far finta di non sapere e aspettare: per la prima volta nella mia vita mi sono sentito dall’altra parte della frontiera. Aspettavo che mi recapitassero il foglio di via per Potenza. Quando il Procuratore mi chiamò era un giorno grigio, carico di presagi e insinuante la timorosa ansia di eventi, anzi di cambiamenti negativi. Non ho mai pensato che il mio stato d’animo ne fosse l’unica causa.
Il mio Procuratore – credo che tu lo conosca, devo avertelo presentato una sera a cena, vero? – non è stato per me solo il capo. È stato anche il mio padre spirituale, quando arrivai giovane e spaurito in questa città, stupenda se non fosse stata ritrosa, perché per troppo tempo muta e immobile.
Mi accolse in piedi e nella sua figura esile e rigida, mi apparve una lancia conficcata nel terreno.
“Non possiamo fare diversamente, Daniele. Per la tua e la nostra sicurezza. Ci devi lasciare. Tu lo sai quanto mi dispiace, ma le minacce si sono fatte serie negli ultimi tempi”, il Procuratore mi ricevette così, senza preamboli o mediazioni.
“E se ci fosse di mezzo quell’altra storia?”, gli chiesi.
“E anche se fosse?”, mi rispose secco lui, indispettito dall’ostacolo che frapposi alla sua volontà di chiudere la questione in modo diretto e chiaro, senza torbidi strascichi. Cercò così di sviarmi, consolandomi.
“Puoi continuare la nostra battaglia anche là. Lo sai benissimo, cambiano solo i mezzi. Anzi, io penso che mettendo la pelle al sicuro potrai lavorare meglio, essere più incisivo. Non dovrai mai più cedere, però. Altri hanno voluto che combattessimo questa guerra.”
Giovanni, credimi, non so dirti se quelle parole mi hanno fortificato o, in realtà, colpirono l’obiettivo di rendere incerta la mia volontà. Ancora adesso mi resta un residuo nella memoria sempre imperfetta che le rende inutilizzabili col tempo. Sono ancora confuso. So soltanto che Milano era diventata una gabbia. Alla fine, però, in un modo o in un altro sono riuscito a scappare. C’entrerà pure quell’altra storia che tu conosci bene, non importa. Non è più il tempo della rovina e io sono stanco di camminare tra quelle che sono state anche le mie macerie. Se tutto appare opaco, ora voglio spendermi per costruire qualcosa e Milano non è più la terra di Avalon, se mai lo è stata.
Spero di ritrovare in quest’altra città la forza per lottare, ma non mi rassegno a perdere la tua compagnia. Per questo le nostre lettere saranno l’ultimo filo, pur sottile e incerto, con il nostro passato.
Forse, raccontandocelo lo renderemo migliore.
A presto.
 
Milano, 18 gennaio 2000
 
Continua…
 
 
[Angelo Ascoli - Pasquale Vitagliano]
 

© foto di Sabrina Minetti

 

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