Diario casalese
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di Mario Schiavone, 2 maggio 2013
Nome: Mario
Cognome: Schiavone
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Bio: Mario Schiavone è nato ad Aversa nel 1983. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, Neobar e Poetarum Silva. Un suo scritto è stato scelto per l’edizione 2011 della rassegna teatrale “L’arte del racconto” curata da Massimiliano Palmese. A maggio 2011 è uscita la sua prima opera narrativa: "Binario 24" per Epika Edizioni. Di solito cammina con la testa per terra e i piedi su per il cielo, ma fare il bucato gli riesce da dio.

Diario casalese

Quelle storie che non si raccontano

Oggi è il 22 aprile 2013. Fino a oggi, l’agenzia di comunicazione per cui collaboro da un mese e mezzo, non mi ha ancora pagato per la mia prestazione occasionale di lavoro. Vivere al Sud durante la crisi di sistema significa anche questo: accettare una presunta-futura retribuzione offrendo il massimo impegno. Di giorno seduto a una scrivania Ikea a scrivere playoff pubblicitari, di sera chiuso in una stanza a leggere libri di ogni genere. A differenza di me, gli amici miei che ho a Casal di Principe, per loro fortuna, hanno un vero lavoro. Uno di loro fa il medico, un altro il farmacista. C’è chi è diventato prete. Ad altri compagni di quartiere, quelli che hanno scelto di non studiare fino all’università, è accaduto di rilevare l’impresa edile aperta dal padre o dal nonno. Loro non se la passano benissimo, ma questo è il mondo del lavoro: ieri tutti a lavorare oggi tutti a cercare di lavorare.

Svolgendo mille lavori diversi non ho studiato molto. Ho sempre creduto che potevo-dovevo percorrere una strada normale: mica è vero che se cresci a Casal di Principe diventi camorrista per forza. Ho resistito e ho sempre cercato di guadagnarmi da vivere in modo giusto, rifiutando anche proposte di lavoro che garantivano guadagni facili. Certo, io cammino a piedi o mi sposto in autobus, altri della mia età in Mercedes e Bmw, per poi andare a dormire in case con l’ascensore personale in ogni stanza e il porta carta igienica in oro zecchino: meglio che nei film, si potrebbe pensare.
C’è chi sceglie altro, questo va detto.
Perché ti ostini a vendere libri? Quanto guadagni?” mi chiese anni fa uno di quei “bravi” ragazzi che in certi libri appaiono come i cattivi usciti da chissà quale mondo.
Perché mi piace, anche se guadagno pochissimo.”
Lui, il “bravo” ragazzo, si è fatto una risata e mi ha detto: “Mariù tu sei una brava persona, ma se continui così morirai di fame. Sicuro di voler fare questa vita? Non hai neanche una famiglia alle spalle, pensaci. Se hai bisogno, fammi sapere”.
Mai avuto bisogno. Rimane il dispiacere: non ha più una vita. Arrestato diversi anni fa vive lontano da qui e probabilmente non uscirà mai più di galera. Forse, in un’altra vita, avrebbe scelto di meglio per il suo futuro. Io non condanno uno così, non senza valutare ogni frammento della sua vita. Spesso sto male anche per chi, come lui, ha perso la possibilità di una vita normale negando ad altri suoi coetanei una vita.
Lui ha perso la libertà, altri – per causa sua – hanno perso la vita: in questo gioco a perdere nessuno ha guadagnato un bel niente. Mentre chi è testimone di queste storie, perché cresciuto qui, si sente in colpa per entrambi.
Questo stare male, per forza di cose, mi porta a pensare alla vita che ho avuto e alle vite che ho incontrato in tutti questi anni.
Di notte, sogno molti dei lavori che ho svolto negli ultimi quindici anni: l’addetto pulizia gomme in un autolavaggio, il cameriere, il lavapiatti, il portiere notturno, lo strillone di giornali al semaforo, il copywriter esterno, il redattore esterno per quotidiani e radio e il commesso di libreria. Non sono sogni comuni, ma incubi. Una notte ho sognato di trasportare piatti prima leggeri come la carta velina, poi pesanti come pietre. La notte seguente sono il portiere notturno di un hotel in cui “vivono” tutte le persone care che ho perso nella mia vita: mia madre, alcuni amici d’infanzia, altri parenti. Ho provato a parlarne con il mio psicologo non molto tempo fa. Faceva certe facce tristi quando gli raccontavo i miei incubi che ho smesso di dirgli la verità.
Non dovevo tornare qui in Campania, mi dicono in tanti. Io ho preferito tornare e rimanere: non era bello abitare a Torino, Roma o Berlino. Quando facevo il cameriere in una catena di ristoranti stavo male: una notte sì e l’altra pure rimanevo sveglio a pensare alle immersioni subacquee che avevo fatto anni prima nel mare di Agropoli. Quando ero commesso in una delle librerie più grandi d’Italia mi svegliavo alle cinque del mattino per arrivare in orario a lavoro. Per strada incrociavo auto grandi e piccole, palazzi nuovi e vecchi, facce spente e facce sorridenti. Mai però qualcuno o qualcosa di familiare. Sono tornato perché, più di tutto, mi mancava proprio il fatto di poter stare qui fra la mia gente. Tornare perché vale la pena di esistere non di resistere. Chi vive in Campania e dice che resiste, sostenendo, che qui si sta sempre e solo male, ha problemi con la propria anima. Starebbe male anche a Londra o a Stoccolma, ne sono sicuro.
Mai sentito un eroe, né un guardiano di cimitero: Casal di Principe non è un cimitero né una città biblica su cui non splende mai il sole. Mi piace sentirmi come quelle persone che dopo aver cercato fortuna e lavoro altrove, sentendo la mancanza della loro terra d’origine, tornano a casa senza farsi tante domande. Scade il contratto di lavoro, scade pure quello d’affitto… regali tutte le tue cose che non puoi portarti dietro e fai il borsone.
Torni qui non con l’idea di cambiare chissà cosa, ma anche solo per sentire l’odore delle foglie della pianta di limoni che stava nel cortile in cui giocavi da piccolo. O per andare a cercare la libreria in cui ha scoperto i classici più belli. Forse fai anche una scommessa: se la ragazza tanto bella con cui parlavo di musica e libri quindici anni fa vive ancora in Campania giuro che trovo il coraggio che non ho e le scrivo una lettera.
Torni e scopri che lei, dopo due lauree conseguite e due lingue straniere parlate correttamente, c’è ancora. La stessa persona speciale di sempre. Se lei, che ha letto centinaia di libri e visitato mezza Europa prima dei trenta anni, vive ancora qui una ragione ci sarà.
Anche questa terra qui fa parte dell’Italia, ma molti giornalisti dicono-scrivono che questo Sud non fa parte dell’Italia perché in mano alla criminalità organizzata. Dite davvero? Siete così sicuri che qui tutto sia in mano alla criminalità? Potete dire con assoluta certezza che tutta questa gente è protagonista di un sistema malavitoso?
In Italia stanno accadendo tante cose, ma io oggi non voglio comprare un quotidiano nazionale per farmi ancora una volta il sangue amaro. Mi viene solo da pensare al titolo di un testo teatrale del drammaturgo Rodrigo Garcia: Dovevate rimanere a casa, coglioni.
Ho portato con me una penna e un quaderno piccolo a righe, cartoleria economica e di fattura cinese. Ho comprato tutto ieri sera al negozio “Cinquanta centesimi” dietro casa. Sapevo che oggi sarei venuto qui a Casale per stare un po’ da solo. Anche se qui non ho più un luogo in cui entrare e sentirmi come da piccolo. Casa mia è stata venduta anni fa. Dicono alcuni che chi l’ha comprata ha pensato di incendiarla, per poi riscattare i soldi dell’assicurazione. Non so se è vera questa voce, non ho le prove. Però è fin troppo vero che la casa in cui sono cresciuto non esiste più: quando vado in quella strada per guardarla vedo una villa su due piani e degli estranei che ci vivono dentro. Come un anziano che torna nel quartiere d’infanzia dopo tantissimo tempo: sa che il luogo è quello, pure se tutto è cambiato, ma l’immagine che ha in mente è diversa. Come una foto in bianco e nero macchiata al centro: vedi i contorni, ma non il cuore delle cose ritratte.
Da piccolo, quando abitavo ancora a Casale, frequentavo il bar-salagiochi di Beniamino. Quel bar che oggi sta di fronte la statua di San Pio. Nessuno di quelli della mia età che allora frequentava il bar di Beniamino oggi fa il camorrista, e questo è un bene. Terra difficile questa, è vero, ma come dico sempre a tutti quelli del Nord che mi chiedono di questo Sud: qui a Casale non tutti sono camorristi. Anche se un po’ ovunque si dice che qui esiste solo gente buona a uccidere e a seminar paura. Questo non viene mai spiegato in nessun libro su Casal di Principe. Anche se qualche giornalista nazionale tanto accreditato si serve di una narrazione che ricorda tanto i videogiochi “open-world” di nuova generazione; racconta di aver visto, con i propri occhi, che qui c’è un mondo alternativo: puoi rubare un’auto, minacciare qualcuno per chiedere il pizzo e poi scappare mentre alle costole ha una banda di criminali. Poi, magari nel secondo capitolo del libro, il cattivo di turno userà le armi come se fossero giocattoli, oppure proverà a corrompere le forze dell’ordine con alcune banconote. Magari vivi a Lugano, non sei mai stato in Campania, e pensi: ‟Caspita quante cose accadono nel Sud dell’Italia”.
Qui nel mondo reale di Terra di Lavoro, diversamente da quanto scrivono queste penne conosciute, le cose non funzionano così. Il fascino del male tira molto in termini di attenzione mediatica, secondo gli esperti di comunicazione. Peccato che nel citare questo o quel fatto di camorra nessun giornalista cerchi anche le notizie belle. Per me una notizia bella è scoprire che a Casal di Principe oggi c’è tanta gente che fa volontariato in diverse associazioni esistenti sul territorio. Piccoli gruppi che non fanno notizia, ma che esistono. Oppure una bella notizia è sapere che proprio a Casale ci sono artigiani così bravi che son capaci di tirare fuori, da blocchi in apparenza morti, pietre ornamentali bellissime. E le persone comuni ma comunque speciali? Lorenzo, mio cugino, da piccolo era bravo a smontare qualsiasi cosa. Adesso è titolare di una società che costruisce impianti elettrici per ogni tipo di fabbricato. Salvatore, un altro amico, vende libri ai ragazzi del liceo che vanno a trovarlo nel suo negozio: prima legge loro alcune pagine, poi li invita a riflettere su quei brani letti.
Ho preso il T51 Aversa-Pinetamare per raggiungere Casal di Principe: per fortuna ha smesso di piovere poco prima che scendessi dall’autobus. La fermata storica è ancora quella che sta poco dopo la pasticceria dei figli di Salvatore Fabozzi, su Corso Umberto. Mio fratello, alla fine degli anni ottanta, andava a trovare Fabozzi padre: gli piaceva guardare come faceva i dolci e spesso il pasticciere gli faceva assaggiare le sue piccole creazioni dolciarie.
Lo mandava lì mia madre, per tenerlo lontano dalla strada, perché sapeva che a far stare un ragazzino sempre in strada finisce che segue dei modelli sbagliati.
Con me ho portato un sacchetto di plastica che ho messo a terra: dovrebbe proteggermi dall’umidità. Qui, a pochi metri, ci sono degli anziani che mi guardano curiosi: li ho salutati con la mano e hanno sorriso. Non sapranno mai cosa sto appuntando, ma importa poco: voglio scrivere qualche pagina di diario per allontanare da me la rabbia che ho nel cuore e la tristezza che mi fa pensare a chi non c’è più.
Non me ne frega niente del mio cognome (delle battute a esso connesse) o delle accuse ingiustificate che mi hanno rivolto in tutti questi anni quando dovevo mostrare un documento d’identità per aprire un semplice conto in banca o firmare un contratto di lavoro. Io sono Mario Schiavone e vengo da Casal di Principe. Ho fatto tanti lavori, vissuto in tante città ma mai cercato strade difficili per ottenere soldi facili. Questa terra non ha solo storie brutte da raccontare. Né io posso continuare a vivere pensando a quelle storie. Adesso che tutto il mondo sa bene chi (o cosa) ha distrutto queste terre, mi dico da casalese, dopo anni di distruzione credo sia giunto il momento di ricostruire qualcosa.
 
[Mario Schiavone]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
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