Orongo # 7
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di Franz Krauspenhaar, 23 maggio 2013
Nome: Franz
Cognome: Krauspenhaar
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Bio: Franz Krauspenhaar è uno scrittore. Ha pubblicato fra gli altri "Era mio padre", Fazi editore; "L’inquieto vivere segreto", Transeuropa edizioni; "1975", Caratterimobili editore; "La passione del calcio", Perdisapop; una raccolta poetica "Effekappa", Zona Editore e "Le monetine del Raphael", Gaffi Editore. A dicembre 2012 è uscita il poema "Biscotti selvaggi", Marco Saya editore.

Orongo # 7

Avere non è essere

Lo stabilimento della Star è stato ormai lasciato solo accanto a un fiumiciattolo. La camionabile e un pezzo di autostrada che porta a Montevideo sono state deviate duecento metri in là, verso il Brasile. Così alla Star si sentono le macchine in funzione per quasi tutta la Brianza oronghese, mentre prima i rumori delle fabbriche si avvertivano appena, coperti com’erano dal passaggio delle auto sull’autostrada. Così quando vediamo le fabbriche della Star sentiamo un clangore terribile, come se l’inferno fosse disceso sulla terra. Ci avviciniamo come animali del bosco, e sentiamo anche il fetore che proviene dal reparto sughi. Il 70 per cento dei sughi a base di pomodoro che vengono consumati a Orongo sono della Star. Mi giro e guardo la campagna brianzola. Non pare vero che a poche decine di chilometri ci sia la frontiera con il Brasile, con la stato del Rio Grande do Sul, capitale Puerto Alegre. Ogni tanto ci andiamo in gita, ci si mette due ore circa, andiamo allo stadio del Gremio a vedere la partita della serie A brasiliana, vediamo i ragazzi della torcida tricolor, ed è stato allora che ho avuto l’idea, assieme a mio fratello, di prendere in gestione una delle varie squadre di calcio di Orongo, tutte militanti in una strana “Liga semiprofessional”. Non potendo più calcare i campi di futbol per limiti di età, abbiamo deciso di prendere una delle squadre meno malmesse e costruirci attorno un movimento ambizioso, magari con i soldi della Star. Bisognava parlare con il presidente della grande industria brianzola. I colori per le maglie li avevo in testa da subito: maglia rossa con una grande stella bianca in mezzo, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi.

 
Oggi avevo voglia ed energie per scrivere, poi mi sono messo a pensare e non ho combinato nulla. Per scrivere non bisogna pensare, è come dare il culo in un film porno, almeno credo. A Orongo questo problema non l’ho, scrivo disteso sul fiume, già in Brianza, anche quando pioviggina. È bello, riposante. Quando scrivo a Milano narro di conflitti esistenziali, incidenti stradali, suicidi, ossessioni; a Orongo, sul prato verdissimo, con la pioggerella che cade rada e le mucche che pascolano dirette verso lo stabilimento Star, con qualche elicottero che passa ogni pochi minuti, certamente guidati da proprietari terrieri, gauchi ricchissimi, tutto diventa semplice, come se la vita si piallasse su se stessa, senza conflitti, come se le lettere dell’alfabeto diventassero erba pettinata dal vento, e l’uomo un cristallo infrangibile, luminoso come se fosse sempre baciato dal sole.
 
Il presidente della Star ha accettato di sponsorizzare la squadra di calcio. Si chiamerà Orongostar, rifacendosi alla svizzera Mendrisiostar, per cui ho immaginato che il presidente abbia le sue radici nel lontano Ticino. Era contento di giocarsela anche nel calcio, aveva avuto bisogno del mio entusiasmo e di quello di mio fratello. All’inizio del campionato ho fatto una cosa che in effetti non dovevo fare: prima della partita mi sono tinto i capelli di castano, mi sono tagliato i baffi da spaghetti western e mi sono mischiato con gli undici della formazione della Orongostar. L’allenatore Hans Bulf, di origine tedesca, mi ha lasciato fare, a patto di venire sostituito dopo i primi dieci minuti. Non sono arrivato al minuto 6: completamente spompato, in doloroso debito d’ossigeno, piegato in due con le mani avvinte alle reni, ho alzato la testa e l’ho scossa, per chiarire che avevo finito. Bulf ha subito fatto scaldare il ragazzone al suo fianco, Hernan Hullendorf, che mi ha sostituito due minuti dopo, quando il pallone “Tango” è uscito dal campo da gioco. Sono rientrato corricchiando verso la panchina, con i pochi tifosi che addirittura mi applaudivano, cosa che mi ha lasciato francamente di stucco. Ho voluto provare l’ebbrezza. Avere non è essere, e io alla mia età posso solo avere.
 
È bellissimo guardare Beatriz accavallare le gambe seduta su una panchina vicino all’aeroporto. I voli internazionali partono non lontano, nella prima pista c’è un volo per Buenos Aires ogni ora. Beatriz si pettina i lunghi capelli neri e accavalla le più belle gambe di Orongo: lunghe, flessuose, abbronzate, sembrano fatte di energia pura, di aminoacidi e vitamine in esplosione. Beatriz è le sue gambe, e tutti a Orongo le fanno la posta. Una volta mi sono inginocchiato davanti alle sue gambe nude, e ho chiesto alle gambe nude di Beatriz di sposarmi. Lei ha riso, e carinamente ha detto: “Se le mie gambe potessero parlare direbbero sì”.
 
[Franz Krauspenhaar]
 
© foto di Sabrina Minetti
 
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