Piovono pietre
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di Ivan Quaroni, 2 maggio 2013
Nome: Ivan
Cognome: Quaroni
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Bio: Ivan Quaroni è nato a Milano nel 1970. Critico, curatore e giornalista, ha collaborato con le riviste Flash Art, Arte e Espoarte. Nel 2008 ha pubblicato il volume "Laboratorio Italia. Nuove tendenze in pittura" (Johan & Levi editore, Milano). Nel 2009 ha curato la sezione «Italian Newbrow» alla IV Biennale di Praga. Nello stesso anno è stato tra i curatori dei «SerrOne Biennale Giovani di Monza». Nel 2010 ha pubblicato il libro "Italian Newbrow" (Giancarlo Politi editore, Milano). Ha curato oltre 150 mostre in spazi pubblici e gallerie private, scrivendo per importanti artisti italiani e internazionali, tra cui Allen Jones, Ronnie Cutrone, Ben Patterson, Gary Baseman, Paolo Icaro, Salvo e Arcangelo. Nel 2012 è stato tra i curatori della «Biennale Italia Cina». Nello stesso anno ha pubblicato il libro "Italian Newbrow. Cattive Compagnie" (Umberto Allemandi, Torino). Dal 2009 conduce seminari e workshop sul sistema dell’arte contemporaneo presso il Crab (Centro Ricerche dell’Accademia di Brera) e l’associazione culturale CircoloQuadro di Milano.

Piovono pietre

Restituire il senso di una visione

Io sono l'Impero alla fine della decadenza,

che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in aureo stile
in cui danza il languore del sole
(Paul Verlaine, Languore)
 
 
 
 
 
 
 
Si dipinge col cervello e con le mani”. Così la pensava Michelangelo Buonarroti. Curiosamente, gli occhi non sono inclusi in questa affermazione del grande maestro rinascimentale, forse perché guardare, osservare e dunque riportare sulla tela un oggetto non è propriamente il compito della pittura. Semmai, il suo scopo è restituirci il senso di una visione che non è necessariamente mimetica, cioè fedele al dato sensibile, fenomenico. Soprattutto oggi che, per registrare la realtà è sufficiente ricorrere ad altri strumenti, tecnologicamente più precisi, come il video e la fotografia.
La pittura, invece, è un medium ancora capace di sondare i territori dell’ineffabile e dell’indicibile, di restituirci il senso (talora incompiuto) di un prospetto mentale, di una costruzione astratta, immaginifica, ma che con la realtà sensibile conserva un rapporto critico. Dipingere è, in sostanza, una forma molto più assertiva di descrizione della realtà, che introduce elementi imprevisti, forme analogiche e figure metaforiche generate dal pensiero e, dunque, non mutuate dalla semplice osservazione documentaria dei fatti.
Secondo Jacques Lacan esiste una differenza tra vedere e guardare. Il filosofo francese la definisce una “schisi fra occhio e sguardo”, ossia una separazione tra il funzionamento dell’occhio e quel particolare accadimento che chiamiamo sguardo. Nella visione ottica, infatti, c’è una distanza tra l’osservatore e la cosa osservata, mentre nello sguardo c’è un coinvolgimento da parte dell’osservatore, il quale viene letteralmente assorbito dall’oggetto della visione. La pittura è il prodotto dello sguardo dell’artista proprio perché non ritrae mai l’oggetto come entità a se stante, ma la sua relazione con il soggetto percipiente.
 
Giuliano Sale è un artista visionario perché il suo coinvolgimento con l’oggetto della rappresentazione è il dato sensibile di tutta la sua opera. Visionario, in questo caso, non significa “fantastico”, ma, appunto, fedele alla visione, cioè a quell’esperienza immersiva di fusione tra soggetto e oggetto. Giuliano Sale parte dalla realtà, da una corretta conoscenza della morfologia delle forme e dell’anatomia umana. Tutti i suoi soggetti – paesaggi, alberi, pietre, case, persone – sono verosimili, plausibili dal punto di vista ottico, ma le atmosfere, le circostanze (perfino le leggi fisiche) sono il prodotto di un’interpretazione, di una trasformazione prima cerebrale e poi manuale della realtà. Sale dipinge col cervello e con le mani perché non è un ritrattista e nemmeno un paesaggista, ma un distopico inventore di mondi. Nel suo dna è lecito rintracciare i geni del Simbolismo, del Realismo Magico e della Nuova Oggettività, da cui derivano lo stile nitido, quasi scultoreo, e la predilezione per atmosfere enigmatiche e crepuscolari. Eppure, nonostante gli evidenti tributi alla pittura tardoromantica e a quella italiana e tedesca tra le due guerre (ValoriPlastici e Neue Sachlichkeit), Giuliano Sale non è un artista anacronista, perché la sua visione è radicata nel presente e, anzi, si configura come l’assalto a “un tempo devastato e vile”, in cui l’umanità attraversa una crisi d’ideali e valori senza precedenti.
 
Fulcro di Piovono pietre è, a suo dire, “la triste e in qualche modo ineluttabile parabola terrena dei vinti, l’incedere lento e faticoso di un destino che si compie, poiché anche la fine, per questi eroi sconfitti, è ardua e penosa”. La loro presenza è, infatti, ridotta all’osso, come fagocitata dai luoghi impervi e dai paesaggi inospitali, dove penetra una luce fredda, fioca come un pallido raggio lunare.
Le loro azioni sono prive di scopo e senso, come per effetto di gestualità compulsiva e meccanica, di una fisiologia funerea da revenant. Dominano, invece, scorci di paesaggi capovolti, panorami alieni, sottoposti a improvvise inversioni di scala, sintomi di una perdita di orientamento che rovescia ogni bussola interiore, preludendo alla formazione di una nuova geografia apocalittica, dove le leggi della fisica tradizionale si sciolgono in una sinistra, straniante allucinazione spazio-temporale.
 
Piovono pietre è il titolo di un celebre film di Ken Loach, cineasta cantore delle vicende della working class britannica, ma l’artista si riferisce piuttosto al proverbio inglese secondo cui “quando piove sui poveri, piovono pietre”. E’ noto, infatti, come la miseria, soprattutto in questi tempi di crisi, si abbatta sui reietti e gli sconfitti, sugli emarginati che occupano i gradini più bassi della scala sociale. Per Giuliano Sale la schiera dei vinti si allarga a comprendere una fetta sempre più vasta di umanità, diventa addirittura metafora di una condizione di decadenza cronica, che prelude a un’imminente estinzione della specie.
Per questo, l’opera dell’artista, che si autodefinisce un pessimista catastrofico, assomiglia alla prefigurazione di un universo morente, colto nella sua fase estrema, terminale. Nei suoi paesaggi desolati, trafitti da piogge meteoritiche, costellati d’imponenti macigni, la fine del mondo coincide con la caduta dell’umanità. Sotto cieli plumbei, nel sussultante ansito del pianeta, sorgono soli neri come la pece e lune gemelle tra le coltri di nero fumo. Le case, un tempo simbolo di stabilità, ultimo rifugio accogliente, sono divenute scheletri di una tramontata civiltà, architetture precarie, reliquie semisommerse dalle acque, minacciate da pendenti monoliti. Giuliano Sale immagina una realtà in frantumi, uno scenario rovinoso in cui si aggirano sparute ed esili figure. Sono paesaggi ipotetici, al limite dell’astrazione, sovente risolti con l’utilizzo di una tavolozza dominata da toni cupi, da antraciti fossili, terre bruciate e blu quasi metallici. “Il colore blu, in particolare, assume per la prima volta un significato nelle mie opere”, racconta l’artista, “un colore freddo, che da forma alle cose e che, in un certo senso, allude a uno stato di distacco emotivo”. In dipinti come Soulside Journey, Raining Stones e World Coming Down, il paesaggio sembra pietrificato in una sorta di siderale immobilità, mentre in The Woods Blue Uncertain, il cobalto del bosco si avvolge intorno a un nucleo di vivido carminio, suscitando l’impressione di un vulcano in procinto di esplodere. Il colore è per Giuliano Sale uno strumento di espressione del mood emotivo, che egli declina sulle sue tele con puntiglioso raziocinio. Ogni dipinto ha, infatti, una dominante cromatica, come nel caso di To Late Frozen, Push the Sky e Where the Cold Wind Blow, dove il nero gioca un ruolo essenziale, o di Can’t Lose You, strutturato come una progressione di strisce cromatiche orizzontali, dalla terra della spiaggia all’azzurro del mare, fino al bianco delle nuvole e al bruno dell’enorme masso che proietta un’inquietante ombra sulle due piccole figure di bagnati. Can’t Lose You è anche uno dei dipinti più significativi dell’ultimo Giuliano Sale, immagine emblematica di un pericolo incombente e, insieme, perfetta allegoria della fragilità umana.
 
[Ivan Quaroni]
 
@ Foto di  Sabrina Minetti

 

 

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