Sentieri di notte
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di Saverio Bafaro, 2 maggio 2013
Nome: Saverio
Cognome: Bafaro
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Bio: Saverio Bafaro, cosentino, è poeta. Ha pubblicato le raccolte "Labirintitudine", "Lunario di poesia", "Poesie alla madre" e "Eros corale".

Sentieri di notte

Intervista a Giovanni Agnoloni

Giovanni Agnoloni, scrittore, traduttore e blogger fiorentino. Nello scorso ottobre dà alle stampe il suo primo romanzo Sentieri di notte (Galaad Edizioni, pagine 230), opera da inscrivere all’interno della corrente letteraria connettivista. A distanza di qualche mese dall’uscita, approfondiamo il tema con lui.

 
Come descriveresti la tua tecnica di scrittura?
Raccolgo impressioni da ogni momento di “rivelazione”, prendendo nota sul mio taccuino di tutte le epifanie cui ho occasione di assistere viaggiando, parlando con le persone o nei momenti più banali. Mi immergo nei miei sogni notturni e lascio che i loro messaggi sedimentino. E ogni volta che mi arriva uno spunto nitido inizio a scrivere: all’inizio si tratta di pezzi non collegati gli uni agli altri, ma di parti di trame a sé stanti, che però, gradualmente, evidenziano filamenti di connessione tra loro, finché non si manifesta un disegno unitario. A quel punto assemblo, ricollego e riempio gli spazi vuoti, sempre facendomi guidare dalle vibrazioni emotive caratteristiche di ogni scena e di ogni personaggio. In tutto questo, più che “autore”, cerco di farmi “tramite”.
 
In che modo, in occasione del tuo romanzo, il materiale narrativo ha preso corpo?
All’inizio in modo assolutamente normale, nel senso che l’idea dell’incipit (“Sopra di lui c’erano buio e stelle”), che apre la scena del risveglio dell’androide sulle sponde del Lago di Lucerna, mi è venuta mentre bevevo una birra con un amico in un bar all’aperto vicino a Porta San Frediano, a Firenze: ho alzato la testa, ho visto le stelle e mi è scattato qualcosa dentro. Il secondo capitolo, con la nebbia su Cracovia, mi è stato suggerito da una serata farcita di una foschia saporosa, proprio nell’antica città polacca, dove ho vissuto per cinque mesi. Poi mi sono fermato, perché non riuscivo a sbloccare certi canali interiori. La drammatica perdita della mia ragazza in un incidente, alla fine del 2009, mi ha scosso interiormente, rendendo un’urgenza improrogabile e un impulso irrefrenabile scrivere tutta la storia, che si è srotolata senza più freni.
 
Quali sono i tuoi punti di riferimento e le voci che hai più metabolizzato come autore?
Gli autori che sono tra i massimi modelli di lirismo e visceralità, come tanti tra i classici (da Omero ai lirici greci, da Virgilio a Lucrezio), Dante Alighieri, Giacomo Leopardi, Anton Čechov, e poi i miei due grandi maestri novecenteschi, J.R.R. Tolkien e Roberto Bolaño. Senza dimenticare José Saramago, Gabriel García Márquez e, tra gli italiani del secolo scorso, Vasco Pratolini e Mario Rigoni Stern.
 
C’è  ̶  nel tuo vissuto di uomo  ̶  una esperienza riportata o trasfigurata in occasione della scrittura del romanzo? Oppure non c’è alcuna aderenza con la tua esperienza diretta?
La vicenda del mio lutto è sicuramente rispecchiata dall’esperienza del personaggio di Desmond O’Rourke, il teologo irlandese colpito da amnesia e che recentemente ha perso la sua compagna Leyla. Tuttavia, in comune con lui ho, in senso stretto, solo il fatto della morte della donna amata e la necessità di chiarire con me stesso – come tutti, del resto – certi nodi del passato. Per il resto, Sentieri di notte è formato da quattro trame narrative convergenti, e le altre tre sono “mie” solo a livello profondo, archetipico, non come spunti autobiografici. Hanno giustamente sottolineato questi aspetti lo storico dell’arte e grande esperto di Futurismo Corrado Marsan, in occasione della recente presentazione-reading al Caffè Letterario del Gallo di Scandicci [qui il video], e in precedenza il critico letterario e grande amante del connettivismo Giuseppe Panella [qui il video].
 
Sento in questi giorni, complice l’elezione del nuovo papa, ma di certo non solo… una sorta di ritorno allo spiritualismo… In che misura il tuo romanzo abbraccia questa tendenza?
Il mio romanzo è figlio di una visione cristiana del mondo allo stesso modo in cui lo è – senza ovviamente voler fare paragoni – Il Signore degli Anelli di Tolkien. Nel senso che il cristianesimo è un presupposto intimo, non l’oggetto di un’imposizione. Poiché sono convinto che esista un’unica vera spiritualità, che collega tutte le fedi, e che Cristo sia la porta del Sé, della radice dell’identità di ogni individuo, ogni strada può servire per arrivare a questa consapevolezza. Sennonché, il mio romanzo si cala in un filone percettivo dove i messaggi di cui mi sono reso tramite iniziano a lavorare “per conto loro” dentro i lettori. Insomma, come io per dodici anni sono stato ateo, ma poi, vivendo in Polonia, ho riscoperto una spiritualità semplice, radicata nella natura e nella serena contemplazione del sacro-nel-mondo, credo che anche una lettura possa risvegliare dei canali che esistono a prescindere dal mio libro. Per il resto, la mia visione della spiritualità l’ho enucleata in due articoli pubblicati a suo tempo su Postpopuli.it (qui e qui). E sono decisamente felice dei cambiamenti che papa Francesco ha iniziato a portare nella Chiesa. Era l’uomo che ci voleva.
 
Hai scelto Luther come nome dell’androide protagonista della tua storia… ammiccando forse a qualcosa in particolare?
Non c’è un motivo; è un nome che mi è “arrivato”, come gli altri. Certo, potrebbe far pensare a un “protestantesimo” latente, ma non è così, se non – forse – nel senso che mi pongo comunque con un’ottica critica nei confronti di certe posizioni dogmatiche eccessivamente rigide della Chiesa. Ma sono cattolico, nel senso etimologico del termine (“universale”), e sento visceralmente la forza spirituale della liturgia della messa. Il punto è che la sento pure se guardo un paesaggio o esploro le vie di una città. “Tagliate del legno: io sono lì. / Sollevate una pietra, / mi troverete lì.” (Detto 77 di Gesù nel Vangelo di Tommaso – trad. Mario Pincherle)
 
Puoi chiarire ai lettori cosa intendi per Connettivismo?
Un movimento letterario, una sensibilità poetica e narrativa e una visione del mondo basati sulla connessione con il profondo. Nessuna esperienza può veramente lasciare un segno dentro di noi se non prendiamo consapevolezza del nostro intimo, ovvero ci liberiamo dell’Ego e attingiamo il (e al) Sé, la radice della nostra identità. Al di là di questo, io mi faccio interprete delle venature più crepuscolari della poetica connettivista, che traspaiono con evidenza dal Manifesto del Connettivismo, e in particolare dai suoi punti 7 e 10 [qui].
 
A questo riguardo, considerata la natura composita di questo movimento, come riesci a conciliare materiale narrativo (cyberpunk, fantascienza, avventura, ecc.) con un’apprezzabile attenzione alla poesia (crepuscolarismo, futurismo)?
Non vedo una contraddizione. Pensiamo a Blade Runner, un autentico archetipo della cinematografia cyperpunk. È un capolavoro intriso di poesia, dove per “poesia” intendo l’adesione alla ferita intima dell’essere-uomo, colta ancor meglio nella sua nudità, se considerata dal punto di vista “inumano” (o magari, stiracchiando il significato del termine, “postumano”) degli androidi. La ricerca poetica – e in questo ben rientrano le radici futuriste e crepuscolari a cui giustamente alludi – è, come quella musicale, uno strumento per scendere alla radice delle emozioni, nel cuore dell’Ombra, là dove, usando le parole e trovando le vibrazioni giuste, si possono sciogliere gli addensamenti di energie bloccate – le stesse che vengono messe al centro dell’attenzione dall’alta letteratura di ispirazione fantascientifica. Queste energie, una volta liberate, possono dare accesso a un livello superiore di consapevolezza.
 
Qual è la tua personale riflessione attorno alla questione uomo-macchina?
La tecnologia in genere ci aiuta a vivere meglio, ma può anche mettere in forse l’equilibrio della nostra imprescindibile componente naturale. È necessario guardarsi dall’invasione di un eccesso di tecnologia, che mai e poi mai deve mettere a repentaglio gli equilibri naturali, fisici ed emozionali, nonché spirituali, dell’essere-uomo. E, come dicevo in risposta alla domanda precedente, l’uomo-macchina è – a livello simbolico, per il lettore – un uomo che guarda a se stesso facendo la “tara” sugli aspetti parziali del proprio punto di vista: insomma, si mette a nudo, ma non indulge sui propri difetti, non si fa sconti, perché in fondo è “uomo”, sì, ma anche “altro”. Così può diventare più consapevole non solo dei propri limiti, ma soprattutto del proprio potenziale.
 
Se ci fosse un tappeto musicale da consigliare durante la lettura del tuo romanzo quale sarebbe? E per quale motivo?
Sono molto felice della scelta del brano “Deepland” di Krell (pure lui connettivista), che ha fatto da colonna sonora al book-trailer [qui] realizzato da Gabriele Calarco, con il quale prossimamente lavorerò a un progetto di sceneggiatura tratta dal romanzo. Coglie benissimo le venature inquietanti della discesa nell’Ombra come percorso di consapevolezza, e insieme la sua promessa di pace. Per il resto, l’accostamento con le musiche di Krishna Biswas, ottimo chitarrista acustico e compositore, con cui ho già presentato il libro nel ricordato reading di Scandicci, è ideale. Potete trovare qui il suo profilo Myspace.
 
Esiste, invece, un film che creerebbe un bel binomio con il tuo libro?
Inevitabile il riferimento al succitato Blade Runner e alla trilogia di Matrix, autentiche pietre miliari del cinema cyberpunk/connettivista. Tuttavia, nel lavoro che intendo svolgere con Gabriele Calarco cercheremo di dare risalto anche alle vibrazioni emotive evocate dal Bianco, la nebbia che minaccia Cracovia, rifacendoci a modelli quali la nebbia di Amarcord di Fellini o le venature angoscianti del bianco varsaviano del Film Bianco di Kieślowski.
 
A chi consigli la lettura di Sentieri di notte?
A tutti. Non credo ci sia un’età più o meno adatta. È un libro che può esser letto come un’avventura, così come apprezzato per la profondità di percorsi intimi che può innescare. Ma l’una cosa non vieta l’altra.
 
A questo punto invito a prender nota della prossima presentazione del volume che si terrà giovedì 9 maggio, alle ore 17,00, presso il caffè delle "Giubbe Rosse" di Piazza della Repubblica a Firenze. Saranno presenti l’autore, i critici Corrado Marsan e Giuseppe Panella e il giornalista Jacopo Chiostri.
 
[Saverio Bafaro]
 
@ Foto di  Sabrina Minetti

 

 

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